Percorso: Fossili e Cambriano
Modulo 7
Prerequisiti:
Modulo 6
Guida alla lettura
Disclaimer
Introduzione: le quattro figure che tutti ricordano
Di un manuale di biologia liceale, vent’anni dopo, quasi nessuno ricorda il testo. Le figure sì. La fila di embrioni quasi identici. La sequenza di cavalli che cresce da sinistra a destra. La processione di mammiferi che entra in mare e diventa balena. Il fossile con le piume e i denti. E, sullo sfondo, l’albero che si ramifica da un tronco unico.
Queste immagini comprimono una tesi teorica in una forma visiva che sembra un dato di osservazione. Il lettore non pensa “questa è una ricostruzione basata su tali premesse”, pensa “questo è ciò che si vede”. Il biologo molecolare Jonathan Wells le ha chiamate icone dell’evoluzione in due libri, Icons of Evolution (2000) e Zombie Science (2017). È un autore schierato, e nella sezione finale valuteremo le obiezioni che gli sono state rivolte; ma pone una domanda verificabile: le figure dicono la verità sui dati che pretendono di riassumere?
La risposta non è la stessa per tutte, e questo modulo esiste per distinguerle. Un’icona è stata materialmente falsificata. Una è stata semplificata in modo fuorviante ma poggia su documentazione fossile eccellente. Una è sostenuta da ritrovamenti recenti e genuini, e la critica del disegno intelligente (ID) su di essa è di natura diversa da quella che il pubblico si aspetta. Una è oggetto di un dibattito paleontologico che non riguarda l’evoluzione in quanto tale. Confondere i quattro casi è un errore che commettono sia i divulgatori evoluzionisti sia i critici dell’evoluzione.
1. Tre categorie, non una
Figura falsificata. L’immagine non corrisponde all’oggetto che dichiara di rappresentare, e la differenza va sistematicamente nella direzione della tesi da sostenere. È il caso dei disegni di Ernst Haeckel.
Figura semplificata in modo fuorviante. Ogni elemento è reale, ma la disposizione impone una lettura che i dati non autorizzano: la serie in fila indiana suggerisce una catena di antenati e discendenti dove la ricerca ha stabilito un cespuglio ramificato con rami laterali estinti. È il caso del cavallo, e in parte quello delle balene.
Figura corretta. Riporta fedelmente ciò che è stato trovato, con le incertezze dichiarate. Esistono: i manuali migliori hanno riscritto la serie del cavallo esattamente così.
2. Gli embrioni di Haeckel: che cosa fu manipolato davvero
Darwin considerava l’embriologia “di gran lunga la più forte singola classe di fatti” a favore della sua teoria: gli embrioni di specie molto diverse della stessa classe si somigliano da vicino e divergono solo sviluppandosi, e questa somiglianza “rivela la comunanza di discendenza”. A sostegno citava i disegni del biologo tedesco Ernst Haeckel (1834–1919).
Haeckel coniò i termini ontogenesi (lo sviluppo embrionale dell’individuo) e filogenesi (la storia evolutiva della specie) e sostenne che l’embrione “ricapitola” la propria storia evolutiva attraversando le forme adulte degli antenati, perché i caratteri nuovi si aggiungerebbero alla fine dello sviluppo. Chiamò questa tesi legge biogenetica fondamentale: “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”.
Non va confusa con le leggi di Karl Ernst von Baer (1792–1876), che la precedono: von Baer aveva osservato che i caratteri generali di un grande gruppo compaiono prima dei caratteri speciali, ma non sostenne mai che l’embrione attraversi le forme adulte degli antenati. Le sue erano generalizzazioni empiriche; la legge biogenetica, notò lo zoologo Adam Sedgwick nel 1909, era “una deduzione dalla teoria dell’evoluzione, e tale rimane”. Perse credito già negli anni Venti del Novecento.
I tre difetti dei disegni
In alcuni casi Haeckel usò la stessa matrice xilografica per stampare embrioni presentati come appartenenti a classi diverse; in altri ritoccò i disegni per renderli più simili. I contemporanei lo accusarono di falsificazione, a partire dall’anatomista Wilhelm His. Al di là dell’intenzione, i difetti oggettivi sono tre.
Primo, il campione è selezionato. Dei sette classi di vertebrati Haeckel ne mostrò cinque, omettendo pesci agnati e cartilaginei; per gli anfibi scelse una salamandra e non una rana, che ha aspetto molto diverso e si accorda peggio con la tesi; metà degli embrioni sono mammiferi, tutti placentati.
Secondo, i singoli embrioni sono distorti. Nel 1997 l’embriologo britannico Michael Richardson e un gruppo internazionale confrontarono i disegni con fotografie di embrioni reali di tutte e sette le classi, su Anatomy and Embryology. Gli embrioni variano in dimensione da meno di un millimetro a quasi dieci, mentre Haeckel li disegnò tutti della stessa taglia; il numero di somiti (i blocchi ripetuti di cellule ai lati del futuro asse vertebrale) varia da undici a oltre sessanta, mentre le tavole ne mostrano all’incirca lo stesso numero. L’indagine, conclusero, “mina seriamente la credibilità dei disegni di Haeckel”; e Richardson, intervistato da Science, aggiunse: “sembra che si stia rivelando uno dei falsi più famosi della biologia”.
Terzo, e più grave, manca metà dell’evidenza. Lo stadio che Haeckel etichettò come “primo” non è il primo: viene dopo la segmentazione e dopo la gastrulazione, il riarrangiamento cellulare che stabilisce il piano corporeo generale e i tipi tissutali di base. Negli stadi realmente iniziali gli embrioni di vertebrato sono molto diversi: differiscono le uova fecondate, i modi di segmentazione, la gastrulazione. Convergono parzialmente a metà percorso — lo stadio scelto da Haeckel — per poi divergere di nuovo. Il biologo Rudolf Raff ha chiamato questo andamento clessidra dello sviluppo.
Il terzo punto è decisivo perché tocca l’argomento di Darwin, non solo l’onestà di Haeckel: l’inferenza darwiniana poggiava sull’idea che gli stadi più precoci siano i più simili, e la clessidra dice il contrario.
Questo non demolisce la discendenza comune, e un ID coerente non lo pretende: il disegno intelligente è compatibile con la discendenza comune, e la somiglianza a metà sviluppo resta un dato da spiegare. Ma non si può più dire “gli embrioni partono uguali, dunque hanno un antenato comune”; si deve dire “partono diversi, convergono e poi divergono”, che è un fenomeno meno immediatamente riconducibile a un albero genealogico.
3. Dalla frode ottocentesca alla persistenza moderna
Qui si colloca la distinzione più importante del modulo. Una cosa è che un naturalista dell’Ottocento abbia ritoccato delle xilografie: è un episodio di storia della scienza, e non dice nulla sulla teoria dell’evoluzione. Altra cosa è che versioni ridisegnate di quelle tavole siano rimaste nei manuali per oltre un secolo, e vi siano rimaste anche dopo che la smentita era di pubblico dominio: questo è un fatto contemporaneo, documentabile con i codici ISBN.
Nel 1998 la terza edizione di Evolutionary Biology di Douglas Futuyma, testo universitario avanzato, riproduceva i disegni di Haeckel con una didascalia che non lo nominava e li descriveva come “un’illustrazione della legge di von Baer” — attribuendoli cioè all’autore che quella tesi non l’aveva mai sostenuta. Nel 2000, su Natural History, Stephen Jay Gould scrisse che dovremmo essere tutti “sbalorditi e vergognosi per il secolo di riciclaggio irriflessivo che ha portato alla persistenza di questi disegni in un gran numero, se non nella maggioranza, dei manuali moderni”, e che in alcuni casi Haeckel, “con una procedura che si può solo definire fraudolenta, aveva semplicemente ricopiato la stessa figura più volte”.
Notevole è ciò che accadde dopo. Nel 2013 il manuale Bringing Fossils to Life di Donald Prothero riproduceva i disegni originali con la didascalia: “gli embrioni di diversi vertebrati a stadi comparabili di sviluppo (fila superiore) sono sorprendentemente simili in ogni gruppo”. Nel 2016 Biology di Mader e Windelspecht usava una versione ridisegnata. Altri testi hanno abbandonato le figure conservando l’affermazione.
Due episodi illustrano la dinamica. Futuyma, rispondendo nel 2000 a un critico, spiegò che prima di quell’accusa non era a conoscenza delle discrepanze fra i disegni e gli embrioni reali. Il biologo e regista Randy Olson, nel documentario Flock of Dodos (2007), riconosceva la frode di Haeckel ma negava che i disegni fossero ancora in uso; messo davanti a una pila di manuali recenti che li contenevano, rispose che la storia raccontata nel film era troppo buona per rinunciarvi.
Questa è la persistenza: non una frode, ma un meccanismo di riproduzione culturale interno all’editoria didattica. Ci torneremo nella sezione 7.
4. La serie del cavallo: l’icona corretta dall’interno
Nel 1879 il paleontologo di Yale Othniel Marsh pubblicò un disegno di fossili di equidi per mostrare come i cavalli monodattili derivassero da un piccolo animale a quattro dita. La versione classica del 1902 allinea cinque forme, da Hyracotherium con quattro dita agli arti anteriori fino a Equus con uno.
Già negli anni Venti il quadro era cambiato: William Matthew e Ruben Stirton stabilirono che diverse specie estinte erano coesistite con Protohippus e che la storia del gruppo si era svolta avanti e indietro fra continenti. Nel 1944 George Gaylord Simpson, uno degli architetti del neodarwinismo, scrisse che l’andamento ramificato degli equidi è “chiaramente incompatibile con l’idea di una qualsiasi rettilinearità intrinseca”: l’aumento di taglia non si osserva in tutti i rami, e alcuni invertono la direzione. Perfino la versione riveduta è semplificata, perché Miohippus compare prima di Mesohippus.
Una fila di cinque animali in ordine di taglia comunica tre cose false: che ciascuno discenda direttamente dal precedente, che la variazione sia stata unidirezionale, che le forme intermedie siano poche. Gli equidi sono un cespuglio con molti rami laterali estinti, e le forme note sono decine.
Qui però bisogna essere equilibrati, perché la letteratura critica dell’evoluzione tende a esagerare. La documentazione fossile degli equidi è una delle migliori esistenti per qualunque gruppo di mammiferi: decine di generi, migliaia di esemplari, ampia distribuzione stratigrafica e geografica, denti e arti che consentono confronti quantitativi. Il lavoro sistematico moderno — per esempio la monografia di Bruce MacFadden del 1992 — non ha demolito la serie: l’ha sostituita con un albero più ricco e meglio datato. Chi dice “anche la serie del cavallo è falsa” dice una cosa scorretta: falsa era la disposizione lineare.
C’è di più: questa è l’icona che la comunità scientifica ha corretto per prima e di propria iniziativa. Lo ammette Wells, che nota come i sostenitori dell’evoluzione, pur avendo fatto poco per le altre icone, si siano impegnati attivamente dagli anni Cinquanta per sostituire il quadro lineare con quello ramificato. Nei musei e nei manuali seri la vecchia fila è sparita da decenni: un caso di autocorrezione riuscita, di cui va tenuto conto quanto si tiene conto dei casi di persistenza.
Resta una precisazione logica, non un problema di dati: il passaggio dalla linea al cespuglio viene spesso presentato come prova che l’evoluzione è non diretta, ma una configurazione ramificata non è più incompatibile con un processo orientato di quanto lo sia una configurazione lineare. Distinguere il dato dalla cornice interpretativa è ciò che chiediamo al lettore, in entrambe le direzioni.
5. Le balene: i fossili ci sono, e il problema è un altro
I ritrovamenti degli ultimi trent’anni
Qui l’onestà impone di concedere molto. Fino agli anni Ottanta l’origine dei cetacei era un vuoto reale: si conoscevano due cetacei estinti, Dorudon e Basilosaurus, ma entrambi pienamente acquatici, e nulla in mezzo. Ancora nel 1993 un libro critico dell’evoluzione poteva affermare che “non ci sono chiari fossili di transizione che colleghino i mammiferi terrestri alle balene”.
L’anno successivo quella frase era superata. Nel 1994 Hans Thewissen e colleghi descrissero su Science un fossile pakistano con arti adatti a camminare e coda adatta a nuotare, Ambulocetus natans; pochi mesi dopo Philip Gingerich e colleghi descrissero su Nature Rodhocetus. Nei primi anni Ottanta era stato trovato Pakicetus, animale terrestre delle dimensioni di un lupo, classificato fra i cetacei per una caratteristica dell’orecchio medio detta involucro. Seguirono Kutchicetus nel 2000, Indohyus nel 2007, Maiacetus nel 2009. Il giudizio di Gould è noto: “l’imbarazzo dell’assenza passata è stato sostituito da un’abbondanza di nuove prove — e dalla più dolce serie di fossili di transizione che un evoluzionista potesse sperare di trovare”. Chi oggi sostiene che manchino i fossili delle balene dice una cosa falsa, e chi lo ripete danneggia la propria credibilità.
Che cosa le figure dicono di troppo
Le illustrazioni contengono però le stesse aggiunte non autorizzate della serie del cavallo. Le frecce suggeriscono discendenza diretta, e a smentirle non sono i critici dell’evoluzione ma il paleontologo Kevin Padian: quelle forme “hanno ciascuna caratteristiche distintive proprie, che dovrebbero perdere per poter essere considerate antenate dirette di altre forme note”. Sono rami, non anelli. La cronologia è meno pulita di quanto la fila suggerisca (Basilosaurus e Dorudon erano contemporanei) e le forme il cui nome termina in -cetus sono ricostruite da scheletri incompleti. Soprattutto, quasi tutte sono raffigurate mentre nuotano, mentre l’anatomia indica animali che vivevano prevalentemente a terra: l’esemplare di Maiacetus del 2009 era una femmina gravida, con lo scheletro fetale posizionato per un parto a testa in avanti, “postura universale nei mammiferi terrestri di grande taglia, ma anomala nei mammiferi marini pienamente acquatici”.
Il punto ID residuo: quantitativo, non l’assenza di fossili
L’obiezione seria non è “mancano i fossili”: è “il tempo disponibile basta al meccanismo proposto?”. È la stessa forma di argomento incontrata nel modulo 5 a proposito del Cambriano. I cetacei pienamente acquatici compaiono in rocce eoceniche datate attorno a quaranta milioni di anni fa; Maiacetus, Kutchicetus e Rodhocetus provengono da rocce datate fra due e otto milioni di anni prima. La finestra per il passaggio da mammifero anfibio a mammifero pienamente acquatico è dunque di otto milioni di anni o meno.
In quella finestra devono comparire, in modo coordinato, caratteristiche assenti nei mammiferi terrestri: i lobi caudali, privi di ossa e mossi da tendini collegati a muscoli specializzati; lo sfiatatoio, con le narici migrate sulla sommità del capo, tenute chiuse da tessuto elastico e aperte da muscoli dedicati; l’apparato per l’immersione profonda (costole fluttuanti, polmoni collassabili, mioglobina abbondante, surfattanti di composizione distinta); i testicoli interni con scambiatore di calore controcorrente; l’allattamento subacqueo.
Il caso dei testicoli illustra la struttura logica dell’obiezione, che è di coordinamento prima che di quantità: lo spostamento all’interno non può precedere lo scambiatore, perché l’animale sarebbe sterile, ma non c’è vantaggio adattativo nello sviluppare uno scambiatore attorno a testicoli ancora esterni. È la stessa struttura della complessità irriducibile, applicata all’anatomia invece che alle macchine molecolari.
Sulla quantità il ragionamento procede per analogia. Uno studio del 2016 sul genoma della giraffa ha confrontato oltre tredicimila geni fra giraffa e okapi, trovandone settanta con cambiamenti unici, in buona parte attivi nello sviluppo scheletrico, nervoso o cardiovascolare, su un tempo di divergenza di circa undici milioni di anni. Trasformare un mammifero anfibio in cetaceo richiede molto di più, perché servono strutture nuove: Wells conclude che occorrerebbero “almeno centinaia o migliaia di mutazioni”.
Quanto tempo serve perché si generino e si fissino, cioè si diffondano all’intera popolazione? Uno studio del 2008 di Rick Durrett e Deena Schmidt, su Genetics, calcolò che fissare due mutazioni coordinate in una sequenza regolatoria richiederebbe pochi milioni di anni nel moscerino della frutta ma oltre cento milioni di anni nell’uomo, per via delle popolazioni efficaci molto minori e dei tempi di generazione più lunghi. Richard Sternberg ha applicato lo stesso apparato ai cetacei, che hanno popolazioni efficaci paragonabili a quelle umane ma generazioni più brevi: anche con questa correzione, fissare due sole mutazioni richiederebbe milioni di anni in più del tempo disponibile. Otto milioni di anni, conclude Wells, non bastano nemmeno per due, e ne servono centinaia.
Il ragionamento è però vulnerabile, e va detto. L’estrapolazione dalla giraffa è un’analogia, non una misura, e Wells lo ammette. Il modello di Durrett e Schmidt riguarda uno scenario specifico — due mutazioni puntiformi in un sito di legame, con un intermedio non vantaggioso — e i suoi autori hanno contestato le estrapolazioni tratte dai loro numeri. La finestra di otto milioni di anni è l’intervallo fra fossili specifici, non necessariamente la durata dell’intera transizione. E se una parte dei cambiamenti dipendesse da modifiche in poche reti regolatorie con effetti coordinati a valle — l’ipotesi esaminata nel modulo 6 — il conteggio cambierebbe.
In sintesi: la serie delle balene è un buon risultato paleontologico che documenta un cambiamento reale; l’obiezione ID è che il meccanismo proposto per produrlo nel tempo disponibile non è stato dimostrato adeguato. Chi la presenta come se i fossili mancassero non fa il gioco dell’ID: lo indebolisce.
6. Archaeopteryx e l’origine degli uccelli
Nel 1861 Hermann von Meyer descrisse un fossile da una cava di calcare litografico di Solnhofen: ali e penne, ma anche denti, lunga coda ossea da rettile, artigli sulle ali. Lo chiamò Archaeopteryx, “ala antica”. Se ne conoscono otto esemplari; quello di Berlino è, secondo l’ornitologo Alan Feduccia, “forse il più importante esemplare di storia naturale esistente”.
Su un punto oggi c’è ampio accordo, e non fra i critici dell’evoluzione: Archaeopteryx non è l’antenato degli uccelli moderni. Lo scrisse il paleontologo Larry Martin nel 1985 — è “il primo membro noto di un gruppo di uccelli totalmente estinto” — e nel 1996 Mark Norell osservava che la maggioranza dei paleontologi condivideva la valutazione. Nel 2009 è stato inoltre descritto in Cina un teropode piumato più antico di Archaeopteryx: Hu e colleghi lo presentano come un troodontide pre-Archaeopteryx, non come un uccello, e la sua collocazione resta discussa.
Il dibattito vero riguarda l’origine del volo e la filogenesi, ed è una controversia tecnica interna alla paleontologia, non una crisi della teoria. La scuola dei “dinosauri-uccelli”, di cui Kevin Padian è fra i rappresentanti più noti, fa derivare gli uccelli da teropodi bipedi con volo nato “dal basso”, sulla base di analisi cladistiche di caratteri scheletrici; Feduccia li fa derivare da un gruppo diverso di rettili estinti, con volo nato “dagli alberi”, perché è più facile spiegare come un animale già in aria vi resti più a lungo che come un animale a terra decolli.
Le “protopiume”. Dal 1996 in Cina sono stati trovati numerosi dinosauri con fibre tegumentarie, interpretate dalla maggioranza come piume primitive. Feduccia sostiene invece che si tratti di collagene degradato: “contrariamente alla credenza paleontologica corrente”, ha scritto nel 2012, “non c’è evidenza di protopiume in alcun fossile cinese”. È una posizione minoritaria, e va detto che lo è.
Il problema polmonare. Il polmone degli uccelli è profondamente diverso da quello di mammiferi e rettili: rigido, con flusso d’aria sostanzialmente unidirezionale, ventilato da sacchi aerei collegati a ossa pneumatizzate. Nel 1997 John Ruben e colleghi argomentarono su Science, sulla base di impronte di tessuti molli in alcuni teropodi, che questi avessero un diaframma epatico di tipo coccodrilliano, incompatibile con il sistema aviario, e che un sistema ventilatorio intermedio funzionante fosse difficile da immaginare. È un’obiezione seria, ma non va esagerata: nel 2005 Patrick O’Connor e Leon Claessens hanno documentato su Nature che la pneumatizzazione scheletrica di alcuni teropodi non aviari indica sacchi aerei di tipo aviario già in quelle forme. Oggi la maggioranza dei paleontologi considera la questione risolta a favore della continuità: presentarla come confutazione sarebbe scorretto.
La cladistica e le linee fantasma. Il metodo cladistico raggruppa gli organismi per caratteri condivisi, assumendo la discendenza comune; ne consegue che l’ordine di comparsa nel registro diventa secondario, tanto che i candidati come antenati di Archaeopteryx sono dinosauri del Cretaceo, cioè successivi. Il cladista Luis Chiappe: “non consideriamo il tempo particolarmente importante. Pensiamo che il registro fossile sia incompleto”. Ruben ribatte che l’incompletezza giustifica lo scetticismo, non la speculazione. Il rilievo è legittimo, ma va aggiunto che l’incompletezza è un fatto reale e che talvolta le previsioni cladistiche si avverano.
7. L’albero di Darwin e la “scienza zombie”
L’albero della vita è l’icona grafica per eccellenza — è letteralmente l’unica illustrazione contenuta nell’Origine delle specie — e il percorso l’ha già trattata nel modulo 3 e nei moduli 1 e 2. Qui basta il rilievo grafico: un disegno che parte da un punto e si allarga verso l’alto incorpora la tesi che dovrebbe dimostrare. Le icone non sono decorazioni: sono premesse implicite.
Perché un’immagine smentita continua a circolare? Wells parla di scienza zombie, idee morte promosse come fatti vivi. La metafora è polemica, ma il fenomeno è reale e ha almeno tre cause distinte, con rimedi diversi.
Inerzia editoriale. I manuali si scrivono in larga parte copiando i precedenti; un’immagine entrata in circolo si autoriproduce e la sua fonte primaria si perde. È la spiegazione di Gould, il “secolo di riciclaggio irriflessivo”, e trova conferma nel caso Futuyma. Non è malafede: è come funzionano le filiere editoriali.
Semplificazione didattica. Un cespuglio con quaranta rami laterali non si stampa su una pagina di manuale liceale e non si memorizza; la fila di cinque cavalli sì. La tensione fra accuratezza e comunicabilità è reale, non ipocrita. Il problema nasce quando la semplificazione non è dichiarata e lo studente esce dall’aula credendo di aver visto un dato.
Timore di fornire argomenti agli avversari. È il motivo più delicato ed è documentato. Nel 1981 il biologo canadese Steven Scadding sostenne su Evolutionary Theory che l’argomento degli organi vestigiali è invalido, perché organi come l’appendice si sono rivelati funzionali. Il collega Bruce Naylor rispose l’anno dopo definendolo “erroneo” e chiedendo “una risposta immediata e vigorosa” per evitare che “fornisse munizioni” ai creazionisti. Il meccanismo è tutto lì: una tesi scientifica viene giudicata anche in base a chi potrebbe usarla.
Questo terzo motivo è reale in entrambe le direzioni, e va detto senza sconti. Chi critica l’evoluzione ha lo stesso incentivo a conservare argomenti superati perché “funzionano” con il pubblico: continuare a dire che mancano i fossili delle balene, o che la serie del cavallo è “tutta falsa”. Un argomento che non regge va abbandonato anche quando è efficace, e soprattutto quando è efficace.
8. Una regola di igiene intellettuale
Davanti a una figura che riassume una sequenza evolutiva, il lettore può porsi cinque domande. Non richiedono competenze specialistiche, solo attenzione.
Che cosa è stato trovato e che cosa è stato ricostruito? Se una ricostruzione mostra pelle, colore, muscoli, postura e comportamento a partire da un cranio, quelle informazioni non vengono dal fossile.
Le frecce che cosa affermano? Una freccia può significare “A è antenato di B”, “A e B condividono un antenato non trovato” oppure “A è più antico di B”: nelle serie del cavallo e delle balene la lettura corretta è quasi sempre la seconda, ma le figure suggeriscono la prima.
Le omissioni vanno tutte nella stessa direzione? Semplificare significa togliere dettagli irrilevanti; se invece le forme escluse sono sistematicamente quelle che si accordano meno con la tesi — le classi omesse da Haeckel, la rana sostituita dalla salamandra, gli stadi precoci tagliati — è selezione orientata.
La scala è rispettata? Embrioni di taglia diversa disegnati uguali, specie contemporanee disposte in successione, intervalli temporali non proporzionali: errori che passano inosservati e cambiano la storia.
La figura anticipa la conclusione? Un albero che parte da un tronco unico presuppone ciò che dovrebbe illustrare. Non è di per sé un difetto, ma il lettore deve saperlo.
Una figura che supera le cinque prove è didattica; una che ne fallisce una per distrazione va corretta; una che ne fallisce diverse sempre nella stessa direzione va trattata come un argomento, non come un dato.
9. Le obiezioni principali
«Wells è un attivista, non un ricercatore»
Nella forma più forte: Wells non è un paleontologo né un embriologo attivo, è senior fellow di un istituto di advocacy, i suoi libri non sono passati per revisione paritaria e ha dichiarato pubblicamente motivazioni extra-scientifiche per il proprio lavoro. Un lettore ha dunque ragione di sospettare che le conclusioni precedessero l’indagine.
Va concesso tutto quanto riguarda il contesto: nessuno dei due libri è peer-reviewed, entrambi escono presso editori schierati, e Wells non ha una produzione primaria significativa in paleontologia dei vertebrati. La provenienza istituzionale di un argomento serve a calibrare la fiducia iniziale, e fingere il contrario sarebbe ipocrita.
Che cosa non regge. Il fatto biografico è meno unilaterale: Wells ha un dottorato in biologia molecolare e cellulare conseguito a Berkeley, con lavoro in biologia cellulare e dello sviluppo, ed è da lì che nasce la sua osservazione sui disegni embrionali. Soprattutto, la tesi centrale non dipende da lui: che i disegni siano inaccurati lo ha stabilito Richardson nel 1997, e che vi siano falsificazione e riciclaggio irriflessivo lo ha scritto Gould nel 2000, con parole più dure. Un argomento va valutato risalendo alle sue fonti, non alla biografia di chi lo raccoglie, e il criterio vale anche a rovescio, verso i critici di Wells.
«Gli errori nei manuali non dicono nulla sulla teoria»
È la più forte delle tre obiezioni, ed è in larghissima parte corretta: la teoria non poggia sui manuali liceali ma sulla letteratura primaria, e se un libro di testo del 2016 ristampa una tavola dell’Ottocento questo dice qualcosa sull’editoria scolastica, non sulla filogenesi dei vertebrati. Dalla persistenza di un’icona non segue la falsità della teoria che l’icona illustrava. Chi costruisce l’inferenza “i manuali sbagliano, dunque l’evoluzione è falsa” commette un errore elementare, e non è l’inferenza di questo modulo.
Restano due punti che l’obiezione non copre. Il primo: le icone sono ciò che la quasi totalità delle persone conosce dell’evidenza evolutiva, e se il pubblico è persuaso da immagini che gli specialisti sanno inaccurate esiste un problema di comunicazione scientifica indipendente dalla verità della teoria. Michael Behe ne ha dato la versione tagliente: se le prove fossero davvero schiaccianti, perché ricorrere per decenni a illustrazioni banali, fuorvianti o false?
Il secondo: almeno in un caso la correzione dell’icona corregge anche l’argomento. Se gli embrioni di vertebrato non sono massimamente simili agli stadi iniziali, l’inferenza di Darwin nella forma in cui la formulò non funziona, e va sostituita con qualcosa di più sottile. Non è un errore tipografico: è un cambiamento nella struttura dell’argomento.
«Alcune icone criticate da Wells si sono poi rivelate sostanzialmente corrette»
Obiezione fondata, da concedere con esempi.
Le falene punteggiate. Wells aveva ragione su un punto documentale: le fotografie classiche erano allestite, con falene morte fissate ai tronchi, e la specie non riposa abitualmente in posizione esposta. Ma fra il 2001 e il 2006 Michael Majerus condusse un esperimento di campo con quasi cinquemila individui rilasciati, e i risultati confermarono nella sostanza la predazione differenziale in funzione del colore. Wells contesta la metodologia, e alcune critiche sono ragionevoli; ma oggi la posizione maggioritaria è che il melanismo industriale sia un caso reale e ben documentato di selezione naturale. L’illustrazione era falsa e il fenomeno vero.
La serie del cavallo. La comunità paleontologica ha corretto l’icona di propria iniziativa, decenni prima delle critiche esterne, e la documentazione sottostante è eccellente. Presentare il cavallo come uno scandalo, oggi, significa non essersi aggiornati.
Le balene. È l’esempio più netto. La critica classica — “mancano gli intermedi fra mammiferi terrestri e cetacei” — era ragionevole nel 1980 ed è insostenibile dopo il 1994. Wells stesso non nega i fossili: sposta l’argomento sul terreno quantitativo. È ciò che si deve fare quando i dati cambiano, e chi continua a usare la vecchia formulazione sta ripetendo un’icona zombie propria.
La lezione è simmetrica a quella della sezione 7: un’icona può essere criticabile come immagine e valida come sintesi, e una critica può essere corretta nel 2000 e superata nel 2010. La revisione va accettata da chiunque, in qualunque direzione punti.
Concetti chiave
- I disegni di Haeckel sono falsi in tre modi indipendenti. Campione selezionato, singoli embrioni distorti, omissione degli stadi precoci in cui gli embrioni si somigliano meno. Solo il terzo difetto tocca l’argomento di Darwin, e non solo l’onestà di Haeckel.
- La frode ottocentesca e la persistenza moderna sono fenomeni distinti. Il primo è storia della scienza e non dice nulla sulla teoria; il secondo è un fatto contemporaneo, denunciato da Gould nel 2000 e verificabile in manuali del 2013 e del 2016.
- La serie del cavallo era mal disegnata, non mal documentata. Il difetto era la disposizione lineare, sostituita dal cespuglio ramificato già nel 1944. È l’icona che la comunità scientifica ha corretto da sola.
- Sulle balene i fossili ci sono, e negarlo è scorretto. Da Pakicetus a Maiacetus la lacuna del 1980 è stata riempita: le figure sbagliano frecce, taglie e ambienti, ma i reperti sono genuini.
- L’obiezione ID sulle balene è quantitativa e di coordinamento. Otto milioni di anni o meno per centinaia di modifiche coordinate, con tempi di fissazione lunghi: un argomento sulla plausibilità del meccanismo, con limiti da dichiarare.
- Su Archaeopteryx il dibattito è reale ma circoscritto. Non è l’antenato degli uccelli moderni, e su questo concordano i paleontologi; origine del volo e filogenesi restano controverse, mentre il problema polmonare ha ricevuto una risposta sostanziale nel 2005.
- Il timore di “fornire munizioni” agli avversari agisce in entrambe le direzioni. Documentato nella replica di Naylor a Scadding, opera identicamente fra i critici dell’evoluzione. Un argomento superato va abbandonato soprattutto quando è ancora efficace.
Per approfondire
- La documentazione fossile — che cosa il registro fossile può e non può dimostrare, cornice generale di questo modulo.
- L’evoluzione può costruire qualunque cosa? — cambiamento documentato contro meccanismo dimostrato, nodo della sezione sulle balene.
- La genetica delle popolazioni e le barriere matematiche — i tempi di attesa e di fissazione delle mutazioni usati da Durrett, Schmidt e Sternberg.
- Perché la complessità irriducibile è un problema per il darwinismo — la struttura logica dell’argomento dei testicoli interni, trasposta all’anatomia macroscopica.
- Disegno Intelligente: risposta alle critiche più diffuse — colloca le obiezioni della sezione 9 nel quadro generale.
Riferimenti
Wells, J. (2000). Icons of Evolution: Science or Myth? Why Much of What We Teach About Evolution Is Wrong. Regnery Publishing.
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