La migliore spiegazione per la realtà osservata

In breve. Questo articolo chiude il sito. Mette in fila i tredici percorsi e chiede se il progetto sia davvero la spiegazione migliore di ciò che osserviamo. La risposta non è un sì unico. In alcuni campi l’ipotesi del progetto spiega i dati meglio del caso. In altri il quadro è aperto, e in qualche caso, come per gli istinti, manca ancora una misura.

Per ogni campo diamo prima il dato più forte per il progetto, poi la concessione più onesta e il rimando al percorso che lo tratta per intero. Un esempio: le proteine che funzionano sono rare, circa una su 1064 negli esperimenti di Douglas Axe, ma la stima è incerta. La mente e gli argomenti per l’esistenza di Dio restano fuori dal conto. Il bilancio finale è un’inferenza rivedibile a una causa intelligente, che non dice chi sia.

Introduzione: che cosa vuol dire «la migliore spiegazione»

Chi indaga su un incendio non ha testimoni. Ha tracce: il punto da cui è partito il fuoco, il liquido che ha bruciato, una finestra forzata. Da quelle tracce risale alla causa che le spiega meglio. Non la vede: la ricava. Il filosofo Gilbert Harman (1965) ha dato a questo modo di ragionare il nome che è rimasto: inferenza alla migliore spiegazione. Peter Lipton (2004) ne ha fatto lo studio più completo. La usano i geologi, gli archeologi, i medici legali. Il disegno intelligente la applica ad alcuni fatti della natura, con una domanda sempre uguale: fra le cause che conosciamo, quale produce effetti di questo tipo?

Questo articolo è l’ultima tappa della Guida alla lettura. Non porta prove nuove. Riassume i percorsi del sito, uno alla volta, e ne pesa il risultato. Chi arriva qui per primo farebbe bene a partire da Cos’è il Disegno Intelligente e di cosa parla questo sito, che spiega il metodo.

I percorsi del sito hanno mostrato che alcuni indizi non reggono, e che altri non sono indipendenti fra loro. Questo bilancio ne tiene conto. Per ogni percorso dice prima che cosa regge per l’argomento del progetto, poi che cosa si concede ai critici. Dove un percorso ha dato ragione ai critici, lo diciamo anche qui. Dove regge la risposta degli autori del disegno intelligente, lo diciamo lo stesso.


1. Come si pesa una spiegazione

Una spiegazione vale quanto le sue risposte a tre domande. La prima: la causa proposta è capace di produrre l’effetto? È il criterio della causa adeguata, che risale alla geologia dell’Ottocento: spiegare il passato con cause che vediamo agire oggi. La seconda: la spiegazione rende conto di tutti i dati, o solo di una parte? La terza: quanto costa? Ogni entità che non si osserva è un costo, e va dichiarato.

Su questi criteri il progetto ha un punto di forza e un punto debole. Il punto di forza è che conosciamo per esperienza una causa capace di produrre codici, macchine e testi: l’intelligenza. Il punto debole è che il progettista invocato dall’inferenza non si osserva. È un costo reale, e nessun argomento del sito lo cancella.

1.1 Due modi di leggere l’argomento

Il sito presenta l’inferenza in due forme. La prima è eliminativa. È il filtro proposto da William Dembski (1998), matematico e filosofo fra i fondatori del disegno intelligente. Si escludono prima le spiegazioni per legge, poi quelle per caso. Se l’evento è insieme molto improbabile e conforme a uno schema descrivibile senza guardare l’evento, si conclude per il progetto. Il modulo sul filtro esplicativo mostra però che l’ultimo passo, da «non è caso» a «è opera di un agente», non è una deduzione. Si appoggia sull’esperienza delle opere umane, e niente di più. Come chiamare questo passo, induzione o analogia, è discusso nella sezione 12.

La seconda forma è comparativa. Chiede quale ipotesi rende i dati più attesi: il caso o il progetto? È la lettura discussa nel modulo Fisher o Bayes?. Qui il dato non chiude la questione: sposta la fiducia che si aveva prima. Chi parte da una fiducia nulla in qualunque progettista non si sposterà mai. Chi parte da una fiducia altissima non ha bisogno di prove. Il dato conta per chi sta nel mezzo.

1.2 Il punto debole comune

Le due forme condividono un limite. Funzionano solo se l’elenco delle spiegazioni naturali considerate è completo. Se domani qualcuno trova un meccanismo a cui nessuno aveva pensato, l’inferenza su quel punto cade. Il filosofo John Wilkins e il biologo Wesley Elsberry (2001) ne hanno fatto l’obiezione centrale, e hanno ragione a insistere. L’inferenza al progetto è quindi provvisoria per costruzione, come ogni conclusione sulle origini.

Il punto. Una spiegazione si pesa su tre cose: se la causa può produrre l’effetto, quanti dati spiega, quanto costa. Il progetto ha dalla sua una causa nota, l’intelligenza. Ha contro di sé un progettista che nessuno osserva. E vale solo finché non si trova un meccanismo naturale migliore.


2. L’universo calibrato

Le leggi della fisica contengono numeri che la teoria non fissa: l’intensità delle forze, le masse delle particelle, l’energia del vuoto. Li misuriamo, ma nessuno sa perché abbiano proprio quei valori. Il percorso Universo mostra che molti di questi numeri stanno in finestre strette. Fuori da quelle finestre, secondo i calcoli, mancherebbero stelle stabili, carbonio o una chimica complessa.

Tre esempi. L’energia del vuoto che osserviamo è più piccola di circa 120 ordini di grandezza rispetto a quella che le stime teoriche lasciano attendere (la costante cosmologica). Se la forza nucleare forte cambiasse di più dello 0,5%, le stelle distruggerebbero quasi tutto il carbonio o quasi tutto l’ossigeno che producono. Per la forza elettrica il margine è del 4% (Oberhummer, Csótó e Schlattl, 2000). E il fisico Roger Penrose (1989), che è ateo, ha stimato che lo stato iniziale dell’universo fosse uno su 1010123 fra quelli possibili.

Sui calcoli di sensibilità c’è un accordo ampio. Il disaccordo riguarda che cosa se ne possa ricavare.

2.1 Che cosa si concede

Il percorso ha fatto tre concessioni, e qui vanno ripetute. La prima: quelle cifre non sono probabilità misurate. Per misurare una probabilità servirebbe sapere come si distribuiscono i valori possibili delle costanti, e abbiamo un solo universo da osservare. La fisica Sabine Hossenfelder (2021) ne ha fatto la critica più netta, e il modulo sul contraddittorio con Hossenfelder le dà ragione su questo punto.

La seconda: se i valori possibili vanno all’infinito, il calcolo delle probabilità diventa mal definito. Lo hanno mostrato Timothy McGrew, Lydia McGrew ed Eric Vestrup (2001). La terza: la fisica delle particelle ha già scommesso sui numeri «strani», aspettandosi nuove particelle che li spiegassero, e la scommessa è andata male. Hossenfelder usa questo precedente come avvertimento contro chiunque tragga conclusioni da un numero che sembra troppo preciso.

2.2 Che cosa resta

Resta una versione più modesta, discussa nel modulo sull’argomento in forma rigorosa. Non dice che il progetto è probabile. Dice che un universo adatto alla vita è più atteso se c’è un progetto che se i valori sono capitati per caso in un universo unico. Questa forma comparativa regge, ma a tre condizioni: probabilità intese come gradi di fiducia, un modo per trattare gli intervalli infiniti, e un ragionamento fatto da un osservatore esterno. Ciascuna è contestata da filosofi competenti.

Poi c’è il multiverso. Se esistono moltissimi universi con valori diversi, noi ci troviamo per forza in uno adatto alla vita. Il percorso lo tratta con la stessa misura usata per il progetto (multiverso e principio antropico). Nessuno dei due si osserva, e nessuno dei due produce oggi previsioni controllabili. Fra progetto e multiverso il confronto è uno stallo, non una vittoria.

Il punto. Molte costanti della fisica stanno in finestre strette. Se la forza forte cambia di più dello 0,5%, le stelle perdono quasi tutto il carbonio o l’ossigeno. Ma quelle cifre non sono probabilità misurate. Regge solo un confronto: col progetto la calibrazione è più attesa che col caso. Fra progetto e multiverso, invece, nessuno vince.


3. La chimica della vita e il pianeta

Nel 1913 il fisiologo Lawrence Henderson notò che l’ambiente sembra adatto alla vita quanto la vita è adatta all’ambiente. L’acqua è una molecola piena di anomalie: il ghiaccio galleggia, la densità massima sta intorno ai 4 gradi, il calore specifico è alto. Il carbonio forma catene stabili, ma non tanto da non potersi rompere. La luce del Sole arriva proprio nella fascia in cui l’acqua è trasparente e i legami del carbonio si possono spezzare e riformare. Il percorso La chimica della vita esamina queste coincidenze una per una.

3.1 Una voce sola, non due

La sintesi del percorso arriva a una conclusione che pesa su questo bilancio. L’idoneità della chimica dipende dalle stesse leggi e dalle stesse costanti della calibrazione cosmica. Non è quindi un argomento indipendente: è lo stesso argomento visto da vicino. Chi le conta come due voci conta due volte la stessa cosa.

C’è una seconda precisazione. L’idoneità della chimica è la condizione perché la vita sia possibile, non la sua causa. Non dice niente su come la vita sia comparsa. Il percorso concede molto anche alla celebre pozzanghera dello scrittore Douglas Adams (2002). Una pozzanghera si stupisce che la buca la contenga alla perfezione. Ma è l’acqua ad aver preso la forma della buca. La vita che conosciamo si è adattata alla chimica disponibile. Se fossero possibili chimiche diverse, è una questione aperta.

3.2 Il pianeta privilegiato

Guillermo Gonzalez e Jay Richards (2004), due autori del disegno intelligente, hanno aggiunto un’osservazione diversa, discussa nel modulo sul pianeta privilegiato. I luoghi in cui la vita è possibile sono anche i luoghi da cui si osserva meglio l’universo: le eclissi totali, l’atmosfera trasparente, la posizione nella galassia. L’idea è interessante, ma due dei suoi appoggi sono stati ridimensionati.

Il primo è la Luna. Senza di lei, secondo i calcoli di Jacques Laskar e colleghi (1993), l’asse terrestre oscillerebbe fino a 85 gradi, con climi estremi. Simulazioni successive di Jack Lissauer, Jason Barnes e John Chambers (2012) trovano oscillazioni molto minori. Il secondo è Giove, a lungo considerato uno scudo contro comete e asteroidi. Per gli asteroidi, le simulazioni di Jonathan Horner e Barrie Jones (2008) mostrano che il suo ruolo è ambiguo: un pianeta gigante può aumentare gli impatti sulla Terra invece di ridurli.

Il punto. La chimica sembra fatta su misura per la vita: l’acqua, il carbonio, la luce del Sole. Ma dipende dalle stesse leggi della calibrazione cosmica, quindi non è una prova in più. È la condizione della vita, non la sua causa. E due appoggi del «pianeta privilegiato», la Luna e Giove, oggi pesano meno.


4. L’origine della vita

Sulla Terra la vita compare presto. Il pianeta ha circa 4,54 miliardi di anni. Le tracce di vita accettate da quasi tutti gli specialisti ne hanno fra 3,48 e 3,43 miliardi, e quelle più antiche sono contestate. Il modulo sulle prime tracce avverte però che la rapidità, da sola, non è un argomento per il progetto.

Il percorso Origine della Vita è il più lungo del sito, con dodici moduli. Racconta anche i risultati veri della chimica prebiotica, cioè della chimica che avrebbe preceduto la vita. Vanno riportati, perché cambiano il peso dell’argomento.

4.1 Quello che la chimica ha ottenuto

Nel 1953 Stanley Miller ottenne amminoacidi facendo passare scariche elettriche in una miscela di gas. Nel 2009 Matthew Powner, Béatrice Gerland e John Sutherland hanno ottenuto alcuni nucleotidi, i mattoni dell’RNA, in condizioni plausibili per la Terra primitiva. Sono mattoni, non ancora una casa, ma sono mattoni veri.

Le molecole della vita sono tutte orientate dallo stesso lato, come mani sinistre, mentre la chimica senza guida le produce metà e metà. Anche qui ci sono passi avanti. Kenso Soai e colleghi (1995) hanno scoperto reazioni che amplificano un piccolo squilibrio fino a una netta prevalenza di una sola mano. Nel 2023 il gruppo di Dimitar Sasselov ha ottenuto cristalli di una sola mano di un precursore dell’RNA, fatti crescere su un minerale magnetico (Ozturk e colleghi, 2023). Il modulo sull’omochiralità lo dice senza giri di parole: il problema si è ridotto, anche se non è risolto.

L’acqua spezza le catene di amminoacidi e di nucleotidi: è il paradosso trattato nel modulo sull’acqua che scioglie. Ma sulle argille, partendo da mattoni già attivati, si sono ottenute catene di RNA lunghe fino a una cinquantina di unità (Ferris e colleghi, 1996). Secondo Bruce Damer e David Deamer (2020), nelle sorgenti calde, dove l’acqua evapora e ritorna, le catene si allungano a ogni ciclo. Nelle sorgenti idrotermali del fondo marino abbondano ferro e molecole semplici. In laboratorio, in acqua con ferro disciolto, Kamila Muchowska, Sreejith Varma e Joseph Moran (2019) hanno ottenuto nove delle undici molecole di un ciclo centrale del metabolismo. Partivano da due composti aggiunti dai ricercatori. E certi grassi, in acqua, si chiudono da soli in piccole bolle che crescono e si dividono (Zhu e Szostak, 2009).

4.2 Dove sta il nodo

Tutti questi risultati producono pezzi, ordine o energia. Nessuno produce un sistema che conservi e trasmetta un’istruzione. Le catene formate sull’argilla sono corte, spesso guaste, con le lettere in ordine casuale. Il mondo a RNA, l’ipotesi oggi più studiata, immagina un RNA capace di copiare se stesso. Il risultato più vicino è del 2026: un RNA di 45 lettere che, nel ghiaccio e in reazioni separate, produce il filamento complementare e una copia di sé (Gianni e colleghi, 2026). Le rese sono dello 0,2% in 72 giorni, con mattoni di tre lettere forniti dai ricercatori, e la copia del filamento complementare ha una fedeltà del 94,1%. Gli autori ne ricavano che le copiatrici di RNA sarebbero «più abbondanti nello spazio delle sequenze di RNA di quanto si pensasse». Un RNA che si copi da solo, ciclo dopo ciclo, finora non è stato ottenuto.

Il nodo, dice il modulo sull’acqua, si è spostato «dalla chimica del legame all’informazione». È lì che l’inferenza al progetto ha un peso reale. La sintesi del percorso lo formula in positivo: l’unica causa che conosciamo capace di produrre istruzioni codificate è l’intelligenza. Sull’omochiralità, che è ordine e non informazione, l’argomento pesa invece molto meno.

4.3 La concessione

Il campo è aperto e fa progressi reali. Problemi che trent’anni fa sembravano muri oggi hanno soluzioni parziali. Il modulo sull’acqua lo scrive in modo netto: «Chi presenta l’acqua come un muro invalicabile va oltre i dati, anche quando lo fa a favore del disegno intelligente». Vale per tutto il percorso. L’argomento non regge sulle difficoltà della chimica, che diminuiscono. Regge, se regge, sull’origine dell’informazione.

Il punto. La chimica prebiotica ha ottenuto molto: amminoacidi, nucleotidi, bolle di grasso che si dividono da sole, catene sull’argilla. Il problema della mano sinistra si è ridotto. Resta aperto il salto a un sistema che conservi e copi un’istruzione. È lì, e quasi solo lì, che l’inferenza al progetto ha un peso reale.


5. L’informazione biologica e i suoi numeri

Il DNA porta istruzioni, e la cellula le legge con un codice, come spiega il percorso Informazione Biologica. Il codice è in gran parte una convenzione: nessuna legge chimica nota impone che una certa tripletta di lettere corrisponda a un certo amminoacido. Lo mostrò nel 1962 François Chapeville con i colleghi. Cambiarono chimicamente l’amminoacido attaccato a una molecola di trasporto, e il ribosoma, la macchina che costruisce le proteine, lo inserì al posto sbagliato senza accorgersene.

5.1 Che cosa regge per l’argomento del progetto

Regge, anzitutto, il punto di partenza. Nel DNA c’è un codice vero, e la sua origine è un problema che dichiarano anche i biologi evoluzionisti. Le sintetasi, gli enzimi che fissano il significato di ogni tripletta, sono proteine, e per costruirle serve già il codice. Eugene Koonin e Artem Novozhilov (2009) lo chiamano «un triste circolo vizioso».

La domanda centrale, però, è di numeri. Una proteina di 150 amminoacidi si può scrivere in circa 10195 modi diversi. Quante di queste sequenze si ripiegano in una forma stabile e svolgono un lavoro? Il biologo molecolare Douglas Axe (2004), oggi fra i ricercatori del disegno intelligente, ha lavorato su un enzima batterico. Ha considerato le sequenze che rispettano lo schema del dominio naturale, cioè l’alternanza di amminoacidi che amano l’acqua e di amminoacidi che la evitano. Fra quelle, ne funziona circa una su 1064. Da questo dato ha stimato che la frazione complessiva potrebbe scendere fino a una su 1077. La prima cifra viene da esperimenti, la seconda è una stima, e il sito le tiene distinte.

Il filosofo della scienza Stephen Meyer, fra i principali autori del disegno intelligente, sostiene che la rarità non poggia su un esperimento solo. Cita altre stime, fatte con metodi diversi su proteine diverse. Una viene dal laboratorio del chimico Donald Hilvert, che non sostiene il disegno intelligente (Taylor e colleghi, 2001). E un lavoro precedente di Axe mostra che anche cambiamenti prudenti alla superficie di un enzima ne compromettono spesso la funzione (Axe, 2000; Moreland e colleghi, 2017, capitolo 2).

Quanti tentativi ha a disposizione il caso? Il conto più usato dagli autori del disegno intelligente dà circa 10139 eventi elementari in tutta la storia dell’universo. Dembski ha fissato un limite ancora più largo, una probabilità di uno su 10150, come spiega il modulo sulle risorse probabilistiche. Una probabilità di uno su 1077 resta dentro quel limite: è 73 ordini di grandezza meno estrema. Il confronto utile è quindi con la Terra. Sulla Terra, dall’origine della vita a oggi, sarebbero vissute fra 1039 e 1040 cellule (Crockford e colleghi, 2023). Il conto più largo, gonfiato di proposito, arriva a circa 1048 organismi (Dembski ed Ewert, 2023). Restano comunque decine di ordini di grandezza sotto 1077. Se la stima di Axe è giusta, la ricerca cieca non basta a trovare sulla Terra un ripiegamento proteico nuovo.

Regge infine un fatto negativo, detto con precisione. In natura, senza guida, nessuno ha visto nascere una forma nuova di proteina con un lavoro preciso. Le forme nuove ottenute in laboratorio vengono da raccolte enormi di sequenze e da una selezione guidata dai ricercatori (sezione 5.2). Matti Leisola ha passato la carriera a modificare microbi ed enzimi. Per lui l’evoluzione in provetta è un esperimento progettato. Chi la conduce sceglie le condizioni e premia le varianti che vanno verso il risultato voluto (Moreland e colleghi, 2017, capitolo 3).

5.2 Che cosa si concede ai critici

Si concede, prima di tutto, che un codice, da solo, non prova un autore. Il codice genetico è anche molto buono. Stephen Freeland e Laurence Hurst (1998) hanno calcolato che solo un codice casuale su un milione limita meglio i danni degli errori di lettura. I due autori attribuiscono questa qualità alla selezione naturale, e va detto. Dopo la sua origine, la storia del codice si spiega in buona parte con cause naturali.

Il modulo che rifà i conti in biologia concede poi tre cose sui numeri. Primo: la stima di Axe è incerta di decine di ordini di grandezza, perché parte da un enzima già indebolito e da un solo tipo di ripiegamento. La risposta di Meyer dà alla rarità altri appoggi, ma non tocca il punto dell’enzima indebolito. Sul numero di Axe, quindi, l’obiezione vince in parte. Secondo: Anthony Keefe e Jack Szostak (2001) hanno trovato proteine capaci di legare l’ATP, la molecola che trasporta energia, in una raccolta di sequenze casuali. Secondo la stima degli autori, la frequenza era di circa una su 1011. Per quella funzione semplice il filtro del progetto non scatta. In laboratorio, con una selezione guidata, è nato anche un enzima con una forma del tutto nuova (Seelig e Szostak, 2007; Chao e colleghi, 2013). Quanto siano rare forme così in natura, l’esperimento non lo dice.

Terzo: nessuno conosce la mappa dello spazio delle proteine. Non sappiamo se le sequenze che funzionano siano isole lontane fra loro o reti di sentieri collegati. Il matematico Olle Häggström (2007) ne ha fatto l’obiezione più forte ai teoremi «No Free Lunch» (Wolpert e Macready, 1997). Sono i teoremi sulla ricerca che Dembski usa contro gli algoritmi evolutivi. La sintesi della Matematica del Design la considera tale, e riassume così: l’inferenza è «deduttivamente valida ma empiricamente condizionata». La logica garantisce la conclusione se le premesse biologiche sono vere. Ma le premesse sono proprio il punto in discussione. Dembski ed Ewert rispondono che le reti di sequenze collegate vengono invocate, ma nessuno le ha mostrate (Dembski ed Ewert, 2023, capitolo 7). Una misura dei collegamenti, oggi, non ce l’ha nessuna delle due parti.

5.3 Il bilancio

La sintesi del percorso Informazione Biologica conclude che regge un nucleo stretto. Le proteine che funzionano sono rare, e in natura, senza guida, nessuno ha visto nascere una forma nuova con un lavoro preciso. Quanto siano rare resta aperto in tutte e due le direzioni. La domanda resta aperta in tre punti: il primo replicatore, le forme nuove nate senza guida e l’ordine di partenza della cellula. Due di questi punti dipendono dalla stessa premessa, che le sequenze che funzionano siano rare e isolate (sezione 12).

Il punto. Le proteine che funzionano sono rare: una su 1064 negli esperimenti di Axe. Se è così, la Terra non ha abbastanza tentativi, e in natura nessuno ha visto nascere senza guida una forma nuova. Ma il numero di Axe è contestato, incerto di molti ordini di grandezza. E nessuno sa se le proteine utili formino isole o reti.


6. Le macchine molecolari

Nella cellula lavorano macchine fatte di proteine. Il flagello batterico è un motore rotante con una quarantina di componenti. L’ATP sintasi è una turbina che produce l’ATP in tutti gli organismi, e la sua rotazione è stata osservata direttamente al microscopio (Noji e colleghi, 1997). Il biochimico Michael Behe (1996), uno dei fondatori del disegno intelligente, chiama irriducibilmente complessi i sistemi che smettono di funzionare se si toglie un pezzo. Secondo Behe sono difficili da costruire un pezzo alla volta, perché le versioni intermedie non funzionano.

6.1 La risposta dei critici

La risposta più forte è la cooptazione, trattata nel modulo sulle risposte dei critici: i pezzi di una macchina possono avere avuto prima un’altra funzione. Circa dieci proteine del flagello hanno parenti stretti nel sistema di secrezione di tipo III. È una siringa molecolare che alcuni batteri usano per iniettare proteine nelle cellule che attaccano (Pallen e Matzke, 2006). La parentela è reale, e il percorso lo concede. Restano discussi l’ordine in cui i due sistemi sono comparsi e l’origine dei pezzi che non hanno parenti noti.

Sulla coagulazione del sangue la concessione è simile. Secondo l’analisi del genoma di Russell Doolittle e colleghi (2008), le lamprede, pesci senza mascelle, coagulano senza alcuni fattori che nei mammiferi sembrano indispensabili. Il dato mostra che la cascata può funzionare anche in forma più semplice. Da solo non spiega come si sia formata, ma toglie forza alla versione rigida dell’argomento.

6.2 Il bilancio

Il modulo sulle risposte dei critici non assegna la vittoria a nessuno. In trent’anni sono arrivati modelli e scenari, ma non il percorso passo per passo che Behe chiedeva, come ricorda il modulo sulla complessità irriducibile. D’altra parte i percorsi indiretti restano logicamente possibili, e l’assenza di un modello non prova un’impossibilità. La complessità irriducibile segnala un problema aperto per il darwinismo. Non dimostra un progetto.

Il punto. Il flagello e l’ATP sintasi sono macchine vere, e senza certi pezzi si fermano. Ma dieci pezzi del flagello hanno parenti in una siringa dei batteri. E le lamprede coagulano con meno fattori dei mammiferi. Dopo trent’anni manca il percorso passo per passo, ma manca anche la prova che sia impossibile.


7. Il genoma e il DNA «spazzatura»

Per anni gran parte del DNA umano fu considerata inutile, un «DNA spazzatura», come racconta il modulo sulla storia di quell’idea. Nel 2012 il consorzio ENCODE annunciò che l’80,4% del genoma mostra almeno un’attività biochimica. Diversi autori del disegno intelligente lo presentarono come la conferma di una loro previsione.

7.1 Che cosa si concede

Il percorso Genoma ed epigenetica corregge questa lettura. Un’attività biochimica non è una funzione. Un tratto di DNA può essere letto, o legare una proteina, senza servire a niente. Dan Graur e colleghi (2013) lo hanno obiettato con forza. Gli stessi ricercatori di ENCODE hanno poi distinto fra attività e funzione (Kellis e colleghi, 2014). La parte del genoma conservata dalla selezione è stimata fra il 5 e il 10%. La sintesi del percorso è netta: il disegno intelligente non può rivendicare ENCODE come una previsione confermata.

7.2 Il problema che resta

Resta un problema diverso, e più interessante. Il genoma non è solo una sequenza di lettere. Ha livelli di controllo, descritti nel modulo sull’epigenetica. Sono segni chimici sul DNA e sugli istoni, le proteine attorno a cui il DNA è avvolto come il filo attorno a un rocchetto. Chi scrive quei segni, i segni stessi e chi li legge devono esserci tutti e tre perché il sistema funzioni. Per l’origine di questa dipendenza reciproca non esiste un modello. La sintesi avverte però che l’argomento non dimostra che un’origine naturale sia impossibile.

La cosiddetta «terza via» non aiuta il progetto. Simbiosi fra cellule, passaggio di geni fra specie, incroci fra specie diverse: sono meccanismi reali e osservati, discussi nel modulo sulla terza via. Ma riorganizzano informazione che esiste già. E i biologi che li propongono rifiutano espressamente il disegno intelligente: chi li cita a suo favore li cita contro le loro intenzioni.

Il punto. ENCODE ha trovato un’attività chimica nell’80% del genoma. Ma attività non vuol dire funzione. La parte conservata è fra il 5 e il 10%, e il disegno intelligente non può vantare una previsione riuscita. Resta aperto un altro problema: chi scrive i segni sul DNA e chi li legge devono nascere insieme.


8. L’evoluzione: che cosa fa la selezione e dove si ferma

Il percorso Evoluzione distingue tre tesi: i tempi lunghi, la discendenza comune e il meccanismo, cioè le mutazioni casuali filtrate dalla selezione naturale. Il disegno intelligente, come lo presenta questo sito, è compatibile con la discendenza comune, e lo stesso Behe la accetta. Discutere il meccanismo che produce le novità non vuol dire negare la parentela fra le specie. La domanda è se il meccanismo basti, da solo, a produrre forme nuove di proteina e sistemi fatti di molte parti.

L’esperimento più lungo sull’evoluzione è cominciato nel febbraio 1988, nel laboratorio di Richard Lenski. Dodici popolazioni di Escherichia coli, un batterio dell’intestino, hanno raggiunto le 80.000 generazioni nell’agosto 2024. Le prime 60.000 generazioni sono state sequenziate da Benjamin Good e colleghi (2017).

8.1 Che cosa regge per l’argomento del progetto

Regge, anzitutto, un dato di Behe. Molti adattamenti osservati sono avvenuti rompendo o spegnendo geni, come racconta il modulo sugli esperimenti di laboratorio. Tutte e dodici le popolazioni di Lenski, per esempio, hanno smesso di usare il ribosio, uno zucchero che nel flacone non c’è. Behe (2010) ne ha tratto una «prima regola dell’evoluzione adattativa»: la mutazione utile più facile da trovare spesso distrugge qualcosa. La ragione è semplice. Un gene si rovina quasi in ogni punto, mentre un aggancio nuovo richiede lettere precise in punti precisi. Il dato regge, e i critici lo riconoscono.

Reggono, almeno in parte, anche due risposte di Behe ai suoi critici. La prima riguarda il tempo. Per i cambiamenti che richiedono una sola mutazione, risponde Behe, contano gli organismi più degli anni (Behe, 2007, capitolo 8). Nel laboratorio di Lenski, secondo il conto che fa nel capitolo 7, ne erano nati circa 1013. Lì il laboratorio non è un campione piccolo, e si vedono soprattutto perdite e ritocchi. La seconda riguarda le definizioni. Nel 2008 Zachary Blount e colleghi hanno descritto una popolazione di Lenski capace di nutrirsi di citrato in presenza di ossigeno. Lenski accusa Behe di cambiare le regole, quando nega che sia un guadagno vero. Ma Behe ha pubblicato le sue categorie nel 2010, prima che le mutazioni del citrato fossero note, e l’accusa non regge del tutto. Con quelle categorie il citrato è la modifica di un gene che c’era (Behe, 2019, capitolo 7). Dustin Van Hofwegen, Carolyn Hovde e Scott Minnich (2016) hanno poi ottenuto lo stesso carattere in poche generazioni, riusando geni esistenti.

Soprattutto, regge un nucleo stretto. Le novità viste negli esperimenti e negli adattamenti recenti riusano pezzi che c’erano già. In natura, senza guida, nessuno ha visto nascere una forma nuova di proteina, cioè un ripiegamento nuovo, né una macchina fatta di molte parti. Su questo decide la rarità delle proteine che funzionano (sezione 5). Anche sui tempi d’attesa, discussi nella sezione 8.2, il disegno intelligente tiene un punto preciso: i bersagli larghi vanno misurati, non presupposti. Behe (2009) ha risposto ai matematici Rick Durrett e Deena Schmidt che nelle proteine serve spesso una lettera precisa in un punto preciso. E lì il primo passo è probabilmente dannoso.

8.2 Che cosa si concede ai critici

Ai critici si concede, prima di tutto, che il meccanismo è reale e misurato. I batteri di Lenski si sono adattati, e molto: crescono più in fretta e le cellule sono diventate più grandi. Per Lenski il citrato è un guadagno vero, e il conto dei guadagni resta in parte una questione di definizioni. E i geni nuovi nascono. Nei merluzzi dell’Artico un gene antigelo è nato da DNA che non codificava niente (Zhuang e colleghi, 2019). Il caso smentisce una tesi netta che Behe dava nella presentazione di Darwin Devolves (Behe, 2019). Era la tesi che l’evoluzione non sappia costruire nulla a livello dei geni. La tesi del libro, sui sistemi coerenti e sulle strutture complesse, il caso non la tocca.

Da «rompere è più facile» non segue «costruire non avviene». I critici di Behe rispondono che la sua regola descrive quali mutazioni sono frequenti, non quali contano nel lungo periodo. Sul piano logico hanno ragione. Andrei Papkou e colleghi (2023) hanno misurato gli effetti di oltre 260.000 varianti di un gene batterico. Nelle simulazioni costruite su quei dati, circa tre popolazioni su quattro trovano la strada verso le soluzioni migliori. E per le novità che richiedono molti passi, come una forma nuova di proteina, l’obiezione sul tempo regge anche dopo la risposta di Behe. Pochi decenni di laboratorio sono un tempo minuscolo rispetto a quello geologico, e un’assenza non prova un limite.

Sui tempi d’attesa i critici vincono in buona parte. Durrett e Schmidt (2008) hanno calcolato circa 216 milioni di anni per una coppia precisa di mutazioni nella linea umana. Il conto usa una popolazione efficace di 10.000 individui e 25 anni per generazione. Gli stessi autori lo hanno usato contro Behe. Ma vale solo per una coppia fissata in anticipo, con il primo passo inutile da solo: se molte coppie danno vantaggi simili, l’attesa si accorcia. Nel batterio E. coli circa il 10% delle sequenze casuali di un centinaio di lettere funziona già da interruttore di un gene (Yona e colleghi, 2018). Per gli interruttori dei geni, quindi, i critici vincono. Per le proteine la questione resta aperta. Anche l’«entropia genetica», l’idea che tutti i genomi si degradino in modo inevitabile, non regge, come mostra il modulo sulla genetica delle popolazioni. In laboratorio, infine, con una selezione guidata, sono nate forme nuove di proteina, anche un enzima (sezione 5).

8.3 Il bilancio

La sintesi del percorso conclude così. Regge il dato di Behe sulle perdite, e regge la sua risposta sul tempo per i cambiamenti a una mutazione. L’accusa di aver cambiato le regole non regge del tutto. Regge soprattutto il nucleo stretto sulle forme nuove e sui sistemi a molte parti. Restano aperte la rarità delle forme che funzionano e la larghezza dei bersagli nelle proteine. Ai critici si concede che la selezione funziona e produce geni nuovi, e che l’entropia genetica non regge. Per le novità a molti passi il laboratorio resta un campione piccolo. E i tempi d’attesa su un bersaglio unico sono troppo pessimisti, almeno per gli interruttori dei geni. Che le forme nuove non possano nascere senza guida non è dimostrato: è una generalizzazione dall’esperienza, non una legge.

Il punto. Behe ha ragione sul dato: molti adattamenti sono perdite, e tutte e dodici le popolazioni di Lenski hanno perso l’uso del ribosio. In natura, senza guida, nessuno ha visto nascere una forma nuova di proteina. Ma la selezione crea geni nuovi, come l’antigelo dei merluzzi. E il sito accetta la discendenza comune: discute il meccanismo, non la parentela.


9. I fossili e il Cambriano

La maggior parte dei grandi gruppi di animali compare nei fossili in un intervallo breve, fra circa 530 e 520 milioni di anni fa. Secondo le datazioni di Samuel Bowring e colleghi (1993), la comparsa dura circa 10 milioni di anni, e la fase più rapida 5-6. Charles Darwin (1859) conosceva il problema e lo considerava una difficoltà seria per la sua teoria, come ricorda il primo modulo del percorso Fossili e Cambriano.

9.1 Che cosa regge per l’argomento del progetto

Regge, anzitutto, il fatto. Oggi lo formulano soprattutto paleontologi in cerca di una spiegazione naturale. Charles Marshall è un paleontologo, e un critico del disegno intelligente. Descrive l’esplosione del Cambriano come «un episodio unico nella storia della Terra, in cui compaiono per la prima volta nella documentazione fossile essenzialmente tutti i phyla animali» (Marshall, 2006). I phyla sono i grandi gruppi di animali con la stessa architettura di base, come gli artropodi o i molluschi. Prima del Cambriano c’erano già animali, ma piccoli e semplici. Una lunga storia nascosta di animali complessi, le rocce non la mostrano.

Regge poi un punto stretto ma centrale: l’origine degli attrezzi genetici e dei circuiti che costruiscono un corpo. Le reti di geni che guidano l’embrione hanno in cima piccoli circuiti. Eric Davidson e Douglas Erwin (2006) li hanno chiamati kernel, cioè «noccioli», e li descrivono come le parti più refrattarie al cambiamento. Nel 2013 Marshall ha recensito con durezza il libro di Meyer sul Cambriano, Darwin’s Doubt (Marshall, 2013; Meyer, 2013). Per lui i grandi gruppi sono nati ricablando reti di geni che c’erano già. Meyer ha replicato nell’epilogo dell’edizione 2014 del libro e in tre capitoli di Debating Darwin’s Doubt (Klinghoffer, 2015, capitoli 10-12). Se gli attrezzi genetici c’erano prima dei corpi, bisogna spiegare da dove vengano: il problema diventa più antico, non più piccolo. E ricablare una rete vuol dire cambiarne i nodi e i collegamenti, cioè aggiungere informazione. Come siano nati i kernel, nessuno l’ha descritto.

Sulla durata, poi, ha ragione la risposta di Casey Luskin, del Discovery Institute. Il paleontologo Donald Prothero, in una recensione uscita su Amazon e poi ripresa dalla rivista Skeptic, parla di 80 milioni di anni (Prothero, 2013). Ma la sua cifra parte dall’Ediacarano, prima della comparsa dei grandi gruppi (Klinghoffer, 2015, capitoli 6 e 22).

9.2 Che cosa si concede ai critici

Sui geni ha ragione Marshall. I grandi gruppi di animali hanno richiesto, per quanto sappiamo, pochi geni nuovi (Marshall e Valentine, 2010). Un argomento che conta solo le proteine nuove, quindi, misura la cosa sbagliata. Le reti cambiano, almeno alla periferia, e una mutazione che agisce presto nello sviluppo può essere vitale. E le forme di passaggio ci sono. Lobopodi e anomalocaridi mostrano i caratteri degli artropodi che compaiono un po’ alla volta. Nel 2020 Kylinxia, un animale con cinque occhi e zampe articolate, ne ha aggiunta un’altra (Zeng e colleghi, 2020).

Prima del Cambriano la vita animale c’era già, e la parola «esplosione» è in parte di comodo. Contando le tappe, il processo dura 20-25 milioni di anni, e il libro di Meyer ne tratta in fretta la prima parte. Il dilemma di Darwin, quindi, è risolto per la vita in generale. Per i piani corporei si è ristretto, ma non si è chiuso. Infine, per l’informazione di una rete o di un piano corporeo non esiste una misura accettata. Senza misura, questa parte dell’argomento resta qualitativa.

9.3 Il bilancio

La sintesi del percorso chiude il contraddittorio così. I critici vincono sul conto dei geni e sulle forme di passaggio. Sulla durata e sugli alberi delle parentele le due parti hanno ragione a metà. Meyer vince su un punto stretto ma centrale: nessuno ha spiegato come siano nati gli attrezzi genetici e i circuiti che costruiscono un corpo.

La sintesi dice anche che cosa i fossili non mostrano. Non mostrano che i grandi gruppi siano nati separatamente. Non mostrano un intervento in una data precisa. L’inferenza al progetto riguarda il tipo di causa capace di produrre tanta organizzazione nuova, non la cronaca dell’evento. Nelle parole della sintesi, è «una spiegazione candidata legittima», non una dimostrazione. E il Cambriano non aggiunge una terza linea: è un caso della seconda, l’origine dell’informazione, visto dalle rocce.

Il punto. Regge un punto stretto ma centrale: nessuno ha descritto come siano nati i circuiti che costruiscono un corpo. I grandi gruppi compaiono entro circa 10 milioni di anni, il picco di un processo di 20-25. Ma sui geni hanno ragione i critici, e le forme di passaggio ci sono. I fossili non mostrano creazioni separate né interventi datati.


10. Gli istinti complessi

Ogni autunno milioni di farfalle monarca partono dagli Stati Uniti e dal Canada meridionale. Volano fino a 14 colonie nei boschi di montagna del Messico centrale. Nessuna farfalla fa il viaggio due volte: il ciclo di un anno copre da tre a cinque generazioni. Le monarca si orientano con una bussola solare, corretta da orologi che stanno nelle antenne (Merlin, Gegear e Reppert, 2009). Hanno anche una bussola magnetica (Guerra, Gegear e Reppert, 2014), ma quanto conti nel viaggio vero non si sa. Il modulo sulla farfalla monarca racconta il caso per intero.

10.1 Che cosa regge per l’argomento del progetto

Per il disegno intelligente un istinto complesso è un programma: sensori, elaborazione e muscoli servirebbero tutti insieme. Lo sostiene l’ingegnere Eric Cassell, che per oltre quarant’anni ha lavorato ai sistemi di navigazione degli aerei, nel libro Animal Algorithms (Cassell, 2021). Anche tenere una direzione con il sole, osserva, richiede un calcolo che corregge l’angolo con l’ora. E senza gli altri pezzi il calcolo non serve a nulla (Cassell, 2021, capitolo 3).

Il percorso Istinti complessi ha messo l’idea alla prova, e ne ha ricavato una domanda precisa: come sono nati i circuiti di base del cervello? Tutti i casi noti lavorano su circuiti che funzionano già, come il complesso centrale. È una struttura al centro del cervello degli insetti, e tiene la direzione. Nessuno ha descritto come questi circuiti siano stati costruiti. Per la bussola solare, nessuno ha ricostruito come le sue parti si siano unite. Anche la danza delle api lascia una domanda vera. La bottinatrice traduce il volo in una corsa sul favo, e le compagne traducono la corsa in un volo. Dei meccanismi del cervello che producono e interpretano la danza si sa ancora molto poco (Barron e Plath, 2017). Per i costruttori, come le termiti, Cassell fa un’osservazione simile. Le regole con cui l’animale risponde al lavoro già fatto stanno nel suo sistema nervoso, e hanno un’origine (Cassell, 2021, capitolo 5).

Su un punto, poi, la risposta di Cassell ai critici regge. Una parte della danza si impara. Ma per Cassell un comportamento programmato può svilupparsi con un apprendimento a sua volta programmato (Cassell, 2021, capitoli 1 e 3). E le api cresciute senza modelli danzano lo stesso. Sulla parola «innato» la critica vince, e Cassell la accoglie. Sulla sostanza la questione resta aperta: anche le regole dello sviluppo e dell’apprendimento hanno un’origine.

10.2 Che cosa si concede ai critici

Qui le concessioni sono più ampie che altrove. Come tesi generale, il «tutto o niente» non regge: molte parti c’erano già, e alcuni comportamenti si ereditano a pezzi. Nei topi Peromyscus il tunnel di fuga della tana dipende da una sola regione del genoma. La lunghezza della galleria dipende da almeno tre (Weber, Peterson e Hoekstra, 2013). Henrik Mouritsen e colleghi (2013) hanno spostato di 2.500 chilometri verso ovest alcune monarca in migrazione, e le farfalle hanno continuato verso sud-ovest. Non hanno una mappa: seguono una direzione, e la forma del continente le incanala verso il Messico. Gli autori del disegno intelligente, per quanto risulta, non hanno risposto nel merito a questo studio. E la critica colpisce anche il libro di Cassell, che legge nella precisione del viaggio l’indizio di un programma. Le rotte, poi, cambiano in fretta: in circa trent’anni una parte delle capinere dell’Europa centrale ha preso a svernare in Gran Bretagna.

La danza delle api è in gran parte una mappa, non un codice arbitrario: l’angolo della corsa riproduce l’angolo fra la meta e il sole. Così l’argomento del «codice a due lati», per cui chi danza e chi legge dovrebbero nascere insieme, regge poco. Il termitaio a temperatura fissa dei manuali era in parte una leggenda (Korb, 2003), e quel quadro compare anche nel libro di Cassell. Nei nidi di molti insetti le strutture nascono da regole locali semplici, senza un piano d’insieme. Del senso magnetico, infine, non si conosce con certezza il sensore, e per questo il sito non lo usa come argomento per il progetto.

10.3 Il bilancio

Il comportamento non lascia fossili, e il limite pesa sulle due parti. I biologi possono mostrare solo specie cugine che vivono oggi. Il disegno intelligente non può mostrare la comparsa brusca di un istinto. Per i circuiti, poi, manca una misura della rarità, come quella che si discute per le proteine. Per la sintesi del percorso resta aperta l’origine dei circuiti di base, e lì il disegno intelligente trae la sua inferenza. Ma l’argomento dagli istinti è più debole di quelli molecolari e di quello sul Cambriano: è al massimo un caso debole della seconda linea.

Il punto. Resta aperta l’origine dei circuiti di base, come la bussola del sole degli insetti: nessuno sa come le sue parti si siano unite. Ma le monarca seguono una direzione, non una mappa, e le capinere hanno cambiato rotta in circa trent’anni. Il comportamento non lascia fossili, e per i circuiti manca una misura. Qui l’argomento pesa poco.


11. Due dibattiti che stanno a parte

Fra gli indizi del progetto si contano spesso anche la coscienza, l’efficacia della matematica e alcuni argomenti classici per l’esistenza di Dio. Il sito ha dedicato a questi temi due percorsi e un articolo. Le loro conclusioni tengono quelle voci fuori dal conto.

11.1 La mente

La sintesi del percorso Mente e coscienza fissa una regola che vale per tutto il sito. L’inferenza al progetto non richiede il dualismo, cioè la tesi che la mente non sia fatta di materia. Le premesse dell’argomento sul DNA o sulle costanti fisiche non nominano la coscienza. Chi pensa che la mente sia solo cervello può accettarle tutte senza contraddirsi.

Vale anche il contrario. Il filosofo David Chalmers (1996) sostiene che la coscienza non si riduca ai processi fisici, ma non è teista. Thomas Nagel (2012) critica il materialismo, e nello stesso libro respinge la spiegazione teistica. Usarli come testimoni del progetto vuol dire attribuire loro tesi che rifiutano. Il problema difficile della coscienza è reale, ma è un altro dibattito.

11.2 La logica e la matematica

Il percorso Matematica, logica e realtà ha dato un giudizio esplicito su otto argomenti. I teoremi di Kurt Gödel (1931) sono dimostrati. Tre questioni restano aperte. La prima è perché esista qualcosa invece del nulla. La seconda è l’efficacia della matematica nel descrivere il mondo. Lo stesso Eugene Wigner (1960), che la chiamò «irragionevole», ne parlò come di «un dono meraviglioso che non comprendiamo né meritiamo», non come di una prova di Dio. La terza è l’argomento dalla ragione. Quattro argomenti, invece, cadono nella forma in cui circolano di più: l’infinito attuale come contraddizione, il passato infinito da «attraversare», i teoremi di Gödel usati come dimostrazione, come fanno John Lucas (1961) e Penrose, e il conto delle probabilità di Alvin Plantinga. Per tre di questi resta aperta una versione più prudente.

Anche nella forma migliore, questi argomenti arrivano al più a «un ente necessario». La sintesi conclude: «Da lì a un Dio personale c’è un passo che la logica da sola non compie. Questo sito non lo compie».

11.3 Gli argomenti per l’esistenza di Dio

Il Kalām, l’argomento ontologico, quello morale e gli altri argomenti di teologia naturale stanno in un articolo a parte. Sono deduzioni da premesse filosofiche, non inferenze da dati. Si possono accettare o respingere indipendentemente dal disegno intelligente, e viceversa.

Il punto. La coscienza, la matematica e gli argomenti per Dio non entrano nel conto. L’inferenza al progetto non richiede che la mente sia immateriale. Quattro argomenti logici su otto cadono nella forma più diffusa. Tre restano aperti, ma arrivano al più a un ente necessario, non a un Dio personale. Sono dibattiti seri, ma diversi.


12. Il bilancio: come si sommano le voci

12.1 Perché dieci voci non sono dieci prove

Il filosofo Antony Flew (1966) diceva che dieci secchi bucati, messi uno dentro l’altro, non tengono l’acqua meglio di uno solo. Se gli argomenti sono premesse da accettare tutte insieme, la catena vale quanto l’anello più debole. La sintesi della logica ricorda che esiste anche una versione corretta del ragionamento cumulativo. Gli indizi, a differenza delle premesse, si sommano davvero, ma a una condizione: devono essere indipendenti.

Le voci di questo articolo non lo sono del tutto. La chimica della vita dipende dalle stesse leggi della calibrazione cosmica (sezione 3). Le macchine molecolari, l’origine della vita e, per il Cambriano, le forme nuove delle proteine poggiano sulla stessa premessa: che le sequenze che funzionano siano rare e isolate (sezione 5). Se quella premessa cade, cadono insieme. Contate con onestà, le linee indipendenti sono due: la calibrazione delle leggi fisiche e l’origine dell’informazione biologica.

12.2 Il giudizio, voce per voce

  • Regge in forma comparativa. La calibrazione dell’universo (sezione 2), a patto di non trattare le cifre come probabilità e di lasciare aperto il confronto con il multiverso.
  • Problema aperto, con un’indicazione positiva. L’origine del primo sistema che conserva e copia un’istruzione (sezione 4) e l’origine in natura, senza guida, di forme nuove di proteina (sezioni 5 e 8). Fuori da un sistema che già si riproduce, l’unica causa che conosciamo capace di produrre istruzioni codificate è l’intelligenza. Per Meyer questa premessa è un’induzione dall’esperienza uniforme, la stessa con cui le scienze storiche risalgono alle cause (Meyer, 2009). Per i critici è un’analogia con le opere umane. Il sito non sceglie fra le due etichette, e i dati da soli non decidono.
  • Aperto, con argomenti seri dalle due parti. Le macchine molecolari (sezione 6), il controllo del genoma (sezione 7), i limiti della selezione (sezione 8) e il Cambriano (sezione 9). Nell’evoluzione regge il dato di Behe sulle perdite, e resta aperta la larghezza dei bersagli nelle proteine. Nel Cambriano regge un punto stretto ma centrale, l’origine dei circuiti che costruiscono i corpi, che però non ha una misura.
  • Pesa poco, o dipende da altre voci. La chimica della vita e il pianeta (sezione 3), l’omochiralità (sezione 4), gli istinti (sezione 10). Per gli istinti resta aperta l’origine dei circuiti di base del cervello, ma manca una misura, e il comportamento non lascia fossili.
  • Superato. ENCODE come previsione confermata (sezione 7), l’origine della vita come muro chimico (sezione 4), l’entropia genetica (sezione 8). E i tempi d’attesa calcolati su un bersaglio unico, almeno per gli interruttori dei geni (sezione 8). Fra le tesi usate contro l’argomento è superata l’idea di una lunga storia nascosta di animali complessi prima del Cambriano (sezione 9).
  • Fuori dal conto. La mente e gli argomenti filosofici per l’esistenza di Dio (sezione 11).

Chi accetta la premessa positiva vede nei punti aperti un indizio di progetto. Chi non la accetta vede lacune che la ricerca può colmare. Per questo il sito presenta l’inferenza al progetto come una deduzione logica e filosofica a partire da dati empirici. Non è un risultato della fisica o della biologia, come spiega la presentazione del sito.

12.3 Che cosa smentirebbe l’inferenza

Un’inferenza che nessun risultato può smentire non vale molto. Questa si può smentire in modi precisi, e i percorsi li indicano.

  • Una teoria fisica che fissi i valori delle costanti, o un modo naturale di misurare quanto sia probabile ciascun valore (sezione 2).
  • Un sistema chimico che, in condizioni plausibili, conservi e copi un’istruzione e la migliori per selezione (sezione 4).
  • Misure indipendenti che trovino sequenze funzionanti molto più frequenti: per esempio una su 1020, invece della stima di Axe: una su 1064 misurata, fino a una su 1077 stimata (sezioni 5 e 9).
  • L’osservazione di un ripiegamento proteico nuovo, o di una macchina a molte parti, nata per mutazione e selezione senza guida (sezioni 6 e 8). In laboratorio, con una selezione guidata, forme nuove di proteina sono già nate: la voce si è ridotta.
  • La storia documentata di un circuito di comando dello sviluppo, o della bussola solare degli insetti, con ogni tappa utile (sezioni 9 e 10).

Se una di queste condizioni si verificasse, la voce corrispondente cadrebbe, e il sito lo scriverebbe.

Il punto. Le voci non sono dieci prove separate. Molte poggiano sulla stessa idea: che le sequenze utili siano rare. Contate bene, le linee indipendenti sono due: la calibrazione del cosmo e l’origine dell’informazione. E l’inferenza si può smentire. Basta un sistema chimico che copi e migliori da solo un’istruzione.


13. Obiezioni

«È un argomento dall’ignoranza: dove la scienza non sa, mettete il progettista»

È l’obiezione più comune, formulata fra gli altri da Wilkins ed Elsberry (2001). La risposta ha due parti. L’argomento contiene una premessa positiva: conosciamo una causa capace di produrre codici e macchine. E il confronto è fra ipotesi rivali, in entrambe le direzioni: anche dire «un meccanismo naturale si troverà» è una promessa, non una spiegazione. Ma l’obiezione ha un nucleo vero, e va concesso. Se la ricerca colma una lacuna, l’inferenza su quel punto cade. È già successo, in parte, con l’omochiralità.

«Se non sapete che cosa voleva il progettista, la vostra ipotesi non prevede niente»

Il filosofo Elliott Sober (2008) sostiene che un’ipotesi di progetto si può controllare solo se si dice che cosa il progettista avrebbe probabilmente fatto. La risposta è parziale. Anche gli archeologi riconoscono come utensili oggetti di cui ignorano l’uso. La concessione però è ampia: il potere di previsione del progetto è più povero di quello di una teoria scientifica. Le sue previsioni sono per lo più negative e generali, come riconosce la sintesi della Matematica del Design.

«I vostri numeri sono inventati: nessuno conosce lo spazio delle possibilità»

Per la calibrazione cosmica l’obiezione vince sulla versione ingenua: le cifre non sono probabilità misurate (sezione 2). Per le proteine vince in parte: la stima di Axe è incerta di decine di ordini di grandezza (sezione 5). Resta in piedi solo la versione comparativa. Non ha bisogno di un numero esatto, ma di una differenza netta fra quanto le due ipotesi rendono attesi i dati.

«La storia della scienza è piena di lacune colmate da cause naturali»

È vero, e giustifica una forte diffidenza verso ogni argomento che si appoggi a ciò che non sappiamo. Ma anche questa è un’induzione dal passato, non una prova. E alcuni problemi, come l’origine dell’informazione, non chiedono un dato che manca: chiedono un tipo di causa. Il sito accetta la diffidenza come regola di prudenza, e per questo concede ogni volta che un problema si riduce.

I limiti dell’argomento di questo articolo

Primo: è una sintesi. Le prove, le fonti e le obiezioni complete stanno nei moduli dei percorsi, e questo testo ne riassume solo il risultato.

Secondo: i giudizi della sezione 12 sono una valutazione della redazione. Altri lettori, con gli stessi dati, peseranno le voci in modo diverso, e avranno buone ragioni per farlo.

Terzo: il sito ha una tesi, e chi legge deve tenerne conto. Abbiamo cercato di riportare le obiezioni dai testi dei critici, ma la scelta di quali riportare resta nostra.

Quarto: in diversi campi gli ultimi decenni hanno favorito gli scenari naturali. L’omochiralità, la formazione di catene in acqua, la chimica delle sorgenti idrotermali e la parentela fra flagello e siringa batterica hanno ridotto problemi che sembravano insolubili.

Quinto: l’inferenza, quando riesce, dice che c’è un progetto, non chi l’ha fatto. Non dice niente sull’identità, sulla natura, sugli scopi o sul numero dei progettisti, né sul modo in cui avrebbero agito.

Il punto. Le obiezioni più forti hanno un nucleo vero: il rischio di argomentare dall’ignoranza, le previsioni povere, i numeri incerti. Il sito le concede in parte e lo dichiara. Resta un’inferenza rivedibile a una causa intelligente, che non dice chi sia né come abbia agito.


Concetti chiave

  1. Una spiegazione si pesa su tre criteri. La causa deve poter produrre l’effetto, spiegare i dati e costare poco. Il progetto ha una causa nota, l’intelligenza, e un costo: un progettista che non si osserva.
  2. La calibrazione dell’universo regge solo in forma comparativa. Le finestre strette sono reali: lo 0,5% per la forza nucleare forte. Ma le cifre non sono probabilità misurate, e fra progetto e multiverso il confronto è in stallo.
  3. L’origine della vita ha un nodo preciso. La chimica ha ottenuto amminoacidi, nucleotidi e bolle di grasso che si dividono da sole. Manca un sistema che conservi e copi un’istruzione, ed è lì che l’inferenza pesa.
  4. In natura, senza guida, nessuno ha visto nascere una forma nuova di proteina con un lavoro preciso. Le proteine che funzionano sono rare: una su 1064 dagli esperimenti di Axe, fino a una su 1077 nella sua stima complessiva. La Terra ha avuto fra 1039 e 1040 cellule, e al più circa 1048 tentativi nel conto più largo. Ma i numeri di Axe sono contestati, e quanto siano rare quelle proteine resta aperto in tutte e due le direzioni. In laboratorio, con una selezione guidata, sono nate forme nuove.
  5. ENCODE non è una previsione confermata del disegno intelligente. Attività biochimica non vuol dire funzione, e la parte conservata del genoma è stimata fra il 5 e il 10%. Resta aperta l’origine dei sistemi di controllo.
  6. Nell’evoluzione e nel Cambriano regge un punto stretto, e il sito accetta la discendenza comune. In natura, senza guida, nessuno ha visto nascere una forma nuova di proteina, né un circuito che costruisce i corpi. Ma i geni nuovi nascono, e i grandi gruppi del Cambriano ne hanno richiesti pochi. Si discute il meccanismo, non la parentela: i fossili non mostrano creazioni separate né interventi datati.
  7. Mente e argomenti per Dio stanno fuori dal conto. L’inferenza al progetto non richiede il dualismo. E la logica arriva al più a un ente necessario, non a un Dio personale.
  8. Le linee indipendenti sono due, e l’inferenza non dice chi. Sono la calibrazione cosmica e l’origine dell’informazione biologica. La conclusione è una causa intelligente, rivedibile, di cui non sappiamo l’identità.

Per approfondire


Riferimenti

Salvo diversa indicazione, le citazioni da opere in lingua inglese sono tradotte dall’originale a cura della redazione. Le opere sono citate per finalità di critica e discussione ai sensi dell’art. 70 della legge 22 aprile 1941 n. 633.

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