Cos’è il Disegno Intelligente e di cosa parla questo sito

In breve. Questo sito parla di Disegno Intelligente, spesso abbreviato in ID. È una tesi proposta da un gruppo di scienziati e filosofi. Dice che molte caratteristiche dell’universo e dei viventi si spiegano meglio con una causa intelligente. Meglio, cioè, che con processi non guidati come il caso e la selezione naturale.

1. Che cos’è il Disegno Intelligente

Il disegno intelligente, in breve ID, è una tesi proposta da un gruppo di scienziati e filosofi. Sostiene che molte caratteristiche dell’universo e degli esseri viventi trovino una spiegazione migliore in una causa intelligente che in processi non diretti come la selezione naturale o il caso.

In pratica l’ID prova a individuare tracce di intelligenza e di progettazione nella natura, partendo dai dati scientifici che abbiamo oggi.

Il metodo che usa si chiama inferenza alla miglior spiegazione, o ragionamento abduttivo. Consiste nel mettere sul tavolo tutte le spiegazioni possibili di un fenomeno e scegliere quella che rende conto del maggior numero di dati nel modo più coerente.

Il punto. L’ID sostiene una cosa sola. Certe caratteristiche della natura si spiegano meglio con un’intelligenza che con il caso o con le sole leggi fisiche. Non parte da un testo sacro: parte dai dati scientifici. Il metodo si chiama inferenza alla miglior spiegazione. Vince la spiegazione che regge il maggior numero di dati.


2. Il ragionamento abduttivo, e dove si usa

Il ragionamento abduttivo non è un’invenzione dell’ID. Lo formalizzò per primo il filosofo Charles Sanders Peirce, nella seconda metà dell’Ottocento, ed è oggi riconosciuto come una delle tre forme fondamentali di inferenza logica, accanto alla deduzione e all’induzione.

Lo usiamo tutti i giorni, in decine di discipline.

  • La medicina: il medico osserva i sintomi e formula la diagnosi più probabile.
  • Le scienze forensi: l’investigatore ricostruisce un crimine partendo dalle tracce.
  • L’archeologia: si stabilisce se un oggetto sia un manufatto o una formazione naturale.
  • La paleontologia: si ricostruiscono ecosistemi antichi da fossili incompleti.
  • L’intelligenza artificiale: i sistemi diagnostici confrontano ipotesi in competizione.
  • L’astronomia: si deduce la composizione di una stella dalla sua luce, e l’esistenza di un pianeta dal modo in cui la stella oscilla.
  • La geologia: si ricostruisce la storia della Terra dagli strati di roccia, e la struttura interna del pianeta dalle onde sismiche, senza poterla vedere.
  • La cosmologia: si deduce l’esistenza della materia oscura dagli effetti gravitazionali su stelle e galassie.
  • La fisica delle particelle: si deduce l’esistenza di particelle dalle tracce che lasciano nei rivelatori, senza mai vederle.
  • L’epidemiologia: si risale alla causa di un’epidemia dalla distribuzione dei casi.
  • La linguistica storica: si ricostruiscono lingue scomparse dalle somiglianze fra le lingue figlie.
  • La storiografia: si ricostruiscono eventi passati da documenti e testimonianze frammentarie.

E l’elenco potrebbe continuare.

Il punto. L’abduzione è il ragionamento che risale da un effetto alla causa più probabile. Lo formalizzò Charles Sanders Peirce nell’Ottocento. Lo usa il medico con i sintomi e l’investigatore con le tracce. L’astronomo deduce un pianeta dal modo in cui la stella oscilla. Non è un metodo dell’ID: è il metodo di mezza scienza.


3. Che cos’è il naturalismo

Il naturalismo, nella sua forma più generale, è la convinzione che la natura — materia, energia, leggi fisiche — sia tutta la realtà.

Niente cause immateriali. Nessuna mente dietro l’universo. Niente al di là del mondo fisico. Ogni fenomeno ha, o avrà prima o poi, una spiegazione interamente materiale.

Conviene però distinguere due versioni, perché hanno conseguenze molto diverse.

Il naturalismo metafisico è una posizione filosofica forte: dice che la materia è tutto quello che esiste. È la visione del mondo di autori come Richard Dawkins e Daniel Dennett. Chi la sostiene ritiene che tutto, compresa la mente, la coscienza e la moralità, si riduca in ultima analisi a processi fisici.

Il naturalismo metodologico non arriva a dire questo. Si limita a una regola di lavoro: quando si fa scienza, si cercano solo cause naturali. In altre parole: anche se cause non materiali esistessero, la scienza per definizione non dovrebbe occuparsene.

Il punto. Il naturalismo dice che la natura è tutta la realtà. Nella versione metafisica è una tesi sul mondo: esiste solo la materia. In quella metodologica è soltanto una regola di lavoro. Quando fai scienza, cerca solo cause naturali. Sono due cose molto diverse, e vengono confuse di continuo.


4. Che cos’è la scienza, e come funziona il metodo

La parola «scienza» viene dal latino scientia, che voleva dire semplicemente «conoscenza».

Nei secoli il termine si è specializzato: oggi indica un metodo sistematico per indagare la natura, fatto di osservazioni, ipotesi e verifiche. Ma il cuore è rimasto quello di sempre: cercare la verità sul mondo che ci circonda.

4.1 Le quattro fasi del metodo

Il metodo scientifico, detto anche metodo sperimentale, fu formalizzato da Galileo Galilei all’inizio del Seicento. Da allora è lo strumento con cui gli scienziati indagano la realtà, e si articola in quattro fasi.

  1. Osservazione. Si parte da un fenomeno naturale che colpisce l’attenzione e fa nascere una domanda.
  2. Ipotesi. Si formula una spiegazione provvisoria. E la si formula in modo che possa essere messa alla prova: dev’essere verificabile, e in linea di principio smentibile.
  3. Esperimento. Si progetta una prova controllata, si raccolgono i dati, si analizzano i risultati. Se l’ipotesi regge in modo ripetuto, si può formulare una legge.
  4. Comunicazione. I risultati vengono pubblicati, così che altri ricercatori possano rifare gli esperimenti e controllare.

4.2 Le due condizioni essenziali

Due caratteristiche sono decisive.

La ripetibilità: un esperimento dev’essere rifacibile nelle stesse condizioni, ottenendo gli stessi risultati.

La falsificabilità: un’ipotesi scientifica dev’essere, almeno in linea di principio, smentibile dai fatti. Lo sottolineò Karl Popper: una teoria che non può essere confutata in nessun modo non appartiene al dominio della scienza.

E le verità scientifiche non sono mai definitive: restano valide finché nuove prove non le mettono in discussione.

Il punto. Osservazione, ipotesi, esperimento, pubblicazione: sono le quattro fasi che Galileo ha messo in ordine. Le condizioni che contano davvero sono due. L’esperimento si deve poter rifare. L’ipotesi si deve poter smentire. Un’idea che non si può smentire, diceva Popper, non è scienza.


5. Che cosa vuol dire «non scientifico»

Oggi dire che qualcosa «non è scienza» suona come un’accusa, quasi un sinonimo di falso o irrazionale.

In realtà il termine dice una cosa molto più ristretta: che quella affermazione, o quella disciplina, non segue le regole del metodo sperimentale descritto sopra.

E «non scienza» non vuol dire «non conoscenza».

La filosofia, la logica, la matematica pura, la metafisica, l’etica sono tutte forme di conoscenza rigorosa che stanno fuori dal metodo sperimentale. Nessuno però le considera prive di valore. La domanda «perché esiste qualcosa invece del nulla?» non è scientifica — nessun esperimento le risponderà mai — ed è comunque fra le più profonde che un essere umano possa porsi.

5.1 Le teorie dentro la scienza che non superano l’esame

C’è poi un fatto che vale la pena notare: anche dentro la scienza ci sono teorie molto discusse che non soddisfano i requisiti del metodo sperimentale.

La teoria delle stringhe lavora a energie così alte — l’energia di Planck, circa 1019 GeV — che nessun acceleratore costruibile potrà mai raggiungerle. Le dimensioni extra che prevede sono arrotolate su scale dell’ordine di 10-35 metri, trilioni di volte più piccole di qualunque cosa possiamo osservare. Il fisico Lee Smolin e il matematico Peter Woit, che ha una formazione da fisico teorico, l’hanno criticata duramente nei loro libri del 2006: dopo oltre vent’anni di ricerca e finanziamenti enormi, non aveva prodotto una sola previsione verificabile. Woit ha intitolato il suo libro Not Even Wrong, «nemmeno sbagliata», riprendendo un’espressione di Wolfgang Pauli: una teoria che non si può smentire non si può nemmeno confermare.

L’ipotesi del multiverso — infiniti universi paralleli con leggi fisiche diverse — è considerata da fisici come George Ellis e Sabine Hossenfelder più una speculazione filosofica che una teoria scientifica, visto che gli altri universi sono per definizione inosservabili. Hossenfelder però usa lo stesso metro anche contro l’argomento del fine-tuning, secondo cui le costanti della fisica sembrano regolate apposta per la vita. Il sito discute le sue ragioni nel modulo Il contraddittorio: Hossenfelder e la tesi che il fine-tuning sia un problema mal posto.

L’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, proposta da Hugh Everett nel 1957, dice che ogni misurazione fa ramificare l’universo. Non esiste nessun modo noto per verificare l’esistenza di quei rami.

Anche l’abiogenesi — l’ipotesi che la vita sia emersa da sola dalla materia inerte — resta senza dimostrazione sperimentale. Nessun laboratorio ha mai fatto nascere una cellula viva da componenti non vivi. Singoli mattoni sì: amminoacidi dall’esperimento di Stanley Miller del 1953, zuccheri semplici, alcuni nucleotidi. Nessuno però li ha ottenuti tutti insieme, nelle stesse condizioni plausibili, tutti orientati dallo stesso lato come li usa la vita, e poi uniti nelle lunghe catene di RNA e di proteine che servono a una cellula. Lo racconta il percorso Origine della Vita.

Il punto. «Non è scienza» vuol dire solo «non segue il metodo sperimentale». Non vuol dire «è falso». E dentro la scienza ci sono parecchie teorie nella stessa condizione: le stringhe, il multiverso, i molti mondi, l’abiogenesi. Nessuna viene cacciata dal tavolo per questo.


6. C’è contrapposizione fra naturalismo e ID?

Sì. E va detto in modo netto, perché riguarda tutti e due i lati.

Da una parte, l’ID viene proposto come teoria scientifica da una parte dei suoi sostenitori, soprattutto negli Stati Uniti. Molti critici però lo escludono dalla scienza, e non tutti per la stessa ragione. Per alcuni, come il filosofo Elliott Sober, l’ID non si può mettere alla prova, perché non dice niente sugli scopi e sui mezzi del progettista. Per altri, come il biologo Kenneth Miller, si può mettere alla prova eccome. E secondo Miller alla prova i suoi esempi, come il flagello dei batteri, non hanno retto. C’è poi il legame storico e culturale con il creazionismo. Nel 2005 un giudice federale americano lo ha usato, insieme ad altre ragioni, nella causa Kitzmiller contro Dover. La sentenza ha vietato di presentare l’ID nelle lezioni di scienze di un distretto scolastico della Pennsylvania.

Dall’altra parte, però, la contrapposizione funziona anche al contrario. Come abbiamo visto, il naturalismo stesso — l’idea che solo le cause materiali siano reali o ammissibili — non è una conclusione scientifica: è un’assunzione filosofica. E parecchie teorie che il naturalismo produce o accoglie soffrono esattamente dei problemi di verificabilità che vengono contestati all’ID.

Il punto. L’ID viene escluso per due motivi. Per alcuni critici non si può mettere alla prova, per altri è già smentito. E ha legami storici con il creazionismo. Ma il naturalismo, che lo esclude, non è una scoperta scientifica. È una scelta filosofica presa prima di guardare. E produce teorie con lo stesso problema di verificabilità.


7. I paradossi del naturalismo

Proviamo ad analizzare i due approcci dal punto di vista strettamente logico. Emergono problemi da tutte e due le parti, e comincio da questa.

7.1 Il ragionamento circolare

La logica del naturalismo metodologico è spesso circolare: se c’è un fenomeno ignoto, la causa dev’essere naturale. Perché? Perché accettiamo solo spiegazioni naturali.

Funziona come un filtro. E se vogliamo una scienza che cerchi la verità, escludere in partenza una causa intelligente è un limite. Se trovate un «Ciao» scritto sulla sabbia, la spiegazione «erosione casuale» è logicamente inferiore a «qualcuno l’ha scritto».

7.2 Il cortocircuito della ragione

Poi c’è un problema più profondo, una specie di cannibalismo logico. Il naturalismo radicale usa la ragione per dimostrare che la ragione stessa è un prodotto accidentale di processi irrazionali, orientati solo alla sopravvivenza.

Ma se è così, perché dovremmo fidarci della nostra mente per capire la realtà ultima?

È l’argomento dalla ragione, e va maneggiato con cura. La sua prima versione, quella di C.S. Lewis del 1947, non ha retto alle critiche della filosofa Elizabeth Anscombe, e Lewis l’ha riscritta nel 1960. Le versioni migliori restano un problema aperto, non una prova. E un problema del materialismo sulla mente non porta acqua al disegno intelligente: sono due discussioni separate. Lo spiegano i moduli L’argomento dalla ragione e Sintesi: che cosa la coscienza mostra e che cosa no.

7.3 Il naturalismo non è una scoperta

Il naturalismo è una posizione diffusa e influente. Ma c’è un fatto che viene spesso trascurato: non è una scoperta scientifica.

Nessun esperimento lo ha mai dimostrato. Nessuna osservazione ha mai escluso l’esistenza di cause non materiali. È una posizione filosofica, un’assunzione sulla natura della realtà che viene adottata prima di cominciare l’indagine, non come suo risultato.

E se la regola stabilisce in anticipo che le uniche risposte ammesse sono quelle naturali, la domanda su un progetto all’origine della vita o del cosmo rischia di essere chiusa prima di guardare i dati. Non perché la risposta sia no: perché si è deciso prima di non farla.

Lo hanno sostenuto filosofi di orientamento opposto: Alvin Plantinga, che è cristiano, e Bradley Monton, che è ateo. Per loro il naturalismo metodologico rischia di passare da strumento utile a vincolo che limita la capacità della scienza di capire la realtà. Il nome stesso è recente: è entrato in uso negli anni Ottanta del Novecento. Da quando la pratica sia diventata una regola, invece, è ancora discusso fra gli storici della scienza.

I critici hanno però una replica forte, e va riportata. L’archeologia e il programma SETI, che cerca segnali radio di civiltà extraterrestri, cercano cause intelligenti restando dentro il naturalismo metodologico. E l’inferenza al progetto, da sola, non dice se il progettista sia materiale o no: lo spiega la sintesi del percorso Mente e coscienza, Sintesi: che cosa la coscienza mostra e che cosa no.

Il punto. Se decidi in partenza che la risposta dev’essere naturale, rischi di non vedere altro. Non perché non ci sia: perché l’hai escluso prima. Trovi un «Ciao» scritto sulla sabbia? «Erosione casuale» è una spiegazione peggiore di «qualcuno l’ha scritto». Resta aperto anche un altro problema: usare la ragione per dire che la ragione è un incidente.


8. I limiti dell’ID

L’ID usa un metodo razionale: vede un codice nel DNA e lo confronta con i software che scriviamo noi. Una sua critica può essere che in archeologia noi conosciamo i progettisti: sono esseri umani. Nell’ID il progettista è un’entità che non conosciamo, che non possiamo osservare, misurare o descrivere con gli strumenti della scienza sperimentale.

Da qui il motivo principale per cui l’ID non si incastra bene nel metodo scientifico moderno: si può dire non è falsificabile nel senso classico. Non si può progettare un esperimento che dimostri in modo definitivo l’assenza di un progettista. Molti scienziati usano il criterio di Popper come regola pratica, anche se i filosofi della scienza lo giudicano insufficiente da solo. Secondo quel criterio l’ID sta in una zona di confine fra scienza e filosofia. Questo non invalida i suoi argomenti, ne limita solo la classificazione come teoria scientifica in senso stretto.

Per le singole inferenze, però, le cose stanno diversamente. Molti moduli del sito dicono in anticipo quale scoperta le smentirebbe: per esempio Sintesi: cosa dice davvero la documentazione fossile, nella sezione 7, e Sintesi: che cosa serve perché un istinto esista, nella sezione 7. Quello che non si può smentire è l’esistenza di un progettista in generale.

8.1 Che cosa dicono Meyer, Dembski e Behe

Stephen Meyer, in Return of the God Hypothesis, scrive di non credere che si possa tracciare una linea netta fra scienza e metafisica, e ammette che certe ipotesi possano essere metafisiche senza per questo essere false, insignificanti o sottratte a una valutazione razionale. Nel saggio Sauce for the Goose va oltre: definisce il dibattito sull’etichetta «scienza» una disputa semantica che distoglie dalle questioni vere, cioè da che cosa sia successo davvero all’origine della vita. La sua posizione è chiara: classificate l’ID come volete, purché lo stesso criterio valga anche per il darwinismo, che ricostruisce processi storici non osservabili e non riproducibili in laboratorio, e condivide quindi molte delle caratteristiche contestate all’ID.

William Dembski, autore di The Design Inference, è altrettanto diretto. In The Design Revolution riconosce che la natura, il carattere morale e gli scopi di quell’intelligenza stanno fuori dalle competenze della scienza, e vanno lasciati alla religione e alla filosofia.

Michael Behe concorda: si può concludere che qualcosa sia stato progettato senza sapere chi sia il progettista, e dal punto di vista scientifico quella domanda resta deliberatamente aperta.

Nella stessa direzione va un’ammissione contenuta in The Comprehensive Guide to Science and Faith: i dibattiti sul fatto che il disegno intelligente sia interamente scientifico o interamente metafisico sono inutili, perché l’ID è in parte scientifico, in parte filosofico e, sì, in parte metafisico.


9. La mia posizione

Personalmente preferisco Inquadro l’ID, almeno allo stato attuale, come una deduzione logica e filosofica a partire dalla scienza e dai dati empirici. Più precisamente, è un’inferenza alla miglior spiegazione, il ragionamento descritto nelle sezioni 1 e 2. Non è solo una posizione coerente: alla luce dell’analisi qui sopra, mi sembra la più solida.

Perché? Per due ragioni.

La prima è che così si libera l’ID dalla trappola del «non è scienza», usata da certi naturalisti radicali per chiudere il discorso invece di farlo. Come abbiamo visto, «non scienza» non vuol dire «non conoscenza». Filosofia e metafisica sono discipline millenarie che indagano la realtà con rigore, e molte delle domande più importanti dell’esistenza — sull’origine, sul significato, sullo scopo — non sono domande scientifiche e non lo diventeranno mai. Meritano lo stesso risposte serie.

La seconda ragione conta ancora di più. L’ID, qualunque etichetta gli si voglia dare, scienza o filosofia, l’ID mette in luce problemi reali e profondi che il naturalismo attuale non ha risolto. Se li risolverà, nessuno lo può dire in anticipo: la storia consiglia prudenza da tutti e due i lati. Sono domande che restano lì anche mettendo l’ID completamente da parte.

La scienza, nel suo senso più autentico, è la ricerca della verità sulla realtà. E la verità si serve meglio con la mente aperta, disposti a seguire le prove dovunque portino.

Il punto. Su questo sito l’ID all’autore non interessa sostenere che l’ID sia una teoria scientifica insenso stretto,  Così non resta impigliato nell’accusa di «non è scienza», che serve a chiudere il discorso invece di farlo. E resta in piedi la cosa che conta: i problemi che l’ID segnala esistono comunque. Disegno intelligente, naturalismo e scienza sono tre cose distinte.


10. Come è fatto questo sito

Il sito è diviso in  percorsi. Un percorso è una fila di moduli numerati, e ogni modulo è un articolo lungo che risponde a una o più domande di un argomento.

Da dove cominciare lo dice la Guida alla lettura. Questo articolo ne è la prima tappa, insieme a due articoli che danno gli attrezzi del ragionamento. Tutti gli articoli, uno per uno, sono nella Mappa del sito.


Per approfondire


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Riferimenti

Salvo diversa indicazione, le citazioni da opere in lingua inglese sono tradotte dall’originale a cura della redazione. Le opere sono citate per finalità di critica e discussione ai sensi dell’art. 70 della legge 22 aprile 1941 n. 633.

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