Perché gli atomi possono formare una chimica così ricca?

In breve
Gli atomi non restano sempre isolati: possono unirsi e costruire molecole molto diverse. Come riescono a farlo, e perché alcuni elementi offrono tante possibilità? Scopriremo che cosa c’entrano gli elettroni, la fisica quantistica e le proprietà della materia.

Percorso Universo — Modulo 13 di 17
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Indice: Guida alla lettura

1. Dopo le stelle, il problema delle molecole

Nei moduli precedenti abbiamo ricostruito un percorso lunghissimo. L’universo primordiale ha prodotto soprattutto nuclei leggeri. Generazioni di stelle hanno poi fabbricato e disperso elementi più pesanti. Il carbonio ha richiesto una sequenza di reazioni nucleari particolari, fra le quali quella resa efficiente dalla risonanza di Hoyle. Ma avere nuclei di carbonio, ossigeno e azoto non significa ancora avere zuccheri, proteine o membrane cellulari. Tra un elemento chimico e una sostanza complessa c’è un passaggio ulteriore: gli atomi devono potersi legare in molti modi, e alcuni di quei legami devono essere abbastanza stabili da durare e abbastanza reattivi da cambiare.

Un diamante, il gas delle bevande frizzanti e una molecola di glucosio contengono tutti carbonio, ma si comportano in modi diversissimi. La spiegazione non è che i loro nuclei cambino identità. Cambia invece il numero e la disposizione degli atomi, il tipo di legame fra loro e il modo in cui gli elettroni si distribuiscono. Gli elettroni sono particelle con carica elettrica negativa, molto meno massive dei protoni e neutroni presenti nei nuclei: sono loro a dominare la chimica ordinaria.

Questo modulo affronta una domanda nuova rispetto al Modulo 12. Non chiederemo principalmente da dove vengano gli elementi, ma perché una volta disponibili possano costruire un repertorio tanto vasto di sostanze. La chimica è una conseguenza misurabile delle leggi fisiche, non un insieme di regole aggiunte dall’esterno. Eppure la sua varietà solleva una domanda interessante: quanto dipende dalla particolare struttura di quelle leggi e dai valori dei loro parametri?

La risposta dovrà distinguere ciò che osserviamo ogni giorno da ciò che calcoliamo sulla base della fisica e, infine, da ciò che alcuni autori interpretano come indizio di fine-tuning o di progetto. Il fatto che una struttura sia complessa non basta, da solo, a stabilirne l’origine intelligente. Per discuterne seriamente dobbiamo prima capire come funziona.

Il punto. Le stelle rendono disponibili gli elementi; la fisica degli elettroni determina come questi elementi possano combinarsi. Sono due problemi distinti e complementari.

2. Che cos’è davvero un atomo

Il nucleo di un atomo contiene protoni e, nella maggior parte degli isotopi, neutroni. Il numero dei protoni determina l’elemento: un nucleo con un protone è idrogeno, con sei protoni è carbonio, con otto è ossigeno. Gli isotopi dello stesso elemento hanno invece un diverso numero di neutroni. Questa distinzione è importante perché, a parità di elemento, molti isotopi mostrano una chimica assai simile, pur avendo stabilità nucleare e masse diverse.

Attorno al nucleo si trovano gli elettroni. In un atomo elettricamente neutro il numero degli elettroni uguaglia quello dei protoni, così le cariche positive e negative si compensano. Se l’atomo perde o acquista elettroni diventa uno ione: una particella dotata di carica elettrica netta. Le soluzioni saline, gli impulsi nervosi e molte reazioni chimiche coinvolgono proprio ioni.

Per capire la scala, l’atomo d’idrogeno ordinario comprende un singolo protone e un elettrone. Il raggio di Bohr, una lunghezza caratteristica della descrizione dell’idrogeno, vale circa 5,29 × 10⁻¹¹ metri, ossia 0,0529 nanometri secondo i valori CODATA 2022; non è però il confine rigido di una pallina. Un nanometro è un miliardesimo di metro. Le dimensioni tipiche delle molecole vanno da frazioni di nanometro a strutture molto più grandi.

In una rappresentazione scolastica si disegnano elettroni su orbite come pianeti attorno al Sole. È una figura storicamente utile, ma fuorviante se presa alla lettera. Un elettrone in un atomo non possiede, in generale, una traiettoria classica definita: la descrizione quantistica permette di calcolare la distribuzione di probabilità con cui può essere rilevato. I disegni chiamati orbitali sono modi di rappresentare questa distribuzione e la sua struttura, non binari materiali su cui scorre una minuscola pallina.

Il nucleo sopravvive grazie alle interazioni nucleari, affrontate nel Modulo 10; gli elettroni restano legati grazie all’attrazione elettrica e alle regole quantistiche. Nessuna delle due componenti, da sola, dà tutta la tavola periodica. Occorrono nuclei stabili, elettroni con determinate proprietà e un’energia di legame che permetta configurazioni durature.

Il punto. L’identità dell’elemento dipende dai protoni del nucleo; quasi tutte le differenze chimiche ordinarie dipendono da come i suoi elettroni possono disporsi e partecipare ai legami.

3. Perché gli elettroni non precipitano sul nucleo

Se ragionassimo solo con un’immagine classica, potremmo immaginare un elettrone negativo che cade sul nucleo positivo. La difficoltà fu centrale nella nascita della fisica atomica. In un modello planetario classico, una carica che gira accelerando emetterebbe radiazione e perderebbe energia: una simile rappresentazione non spiega perché l’atomo ordinario sia stabile.

La soluzione non è un piccolo supporto invisibile che trattiene l’elettrone. La meccanica quantistica descrive gli stati possibili di una particella mediante una funzione matematica dalla quale si ricavano probabilità ed energie. In uno stato legato esiste un livello fondamentale, cioè l’energia più bassa consentita. L’elettrone non può perdere continuamente energia al di sotto di quel livello, come accadrebbe nel modello classico. È un risultato della descrizione quantistica, non un’aggiunta fatta per salvare il modello.

Il principio di indeterminazione dice, in forma semplificata, che posizione e quantità di moto non possono essere entrambe rese arbitrariamente precise in un singolo stato. Comprimere la distribuzione spaziale dell’elettrone in una regione piccolissima comporta un costo in energia cinetica quantistica. Questo contribuisce a comprendere l’equilibrio fra attrazione elettrica e delocalizzazione, pur senza sostituire un vero calcolo dello stato elettronico.

Nel caso dell’idrogeno, l’energia necessaria per allontanare completamente l’elettrone dal suo stato fondamentale è circa 13,6 elettronvolt. L’elettronvolt è l’energia acquistata da una particella con una carica elementare quando attraversa una differenza di potenziale di un volt. Quel numero è una quantità fisica misurata e prevista con grande precisione, non una probabilità di esistenza dell’atomo. Altri atomi, con più elettroni, richiedono descrizioni più articolate.

La stabilità atomica non significa immobilità. Gli atomi assorbono ed emettono luce, scambiano elettroni, formano molecole e reagiscono. È proprio questa combinazione fra stati stabili e possibilità di transizione a rendere la materia chimicamente interessante. Un universo fatto solo di particelle che si disgregano istantaneamente sarebbe molto diverso; altrettanto diverso sarebbe un universo in cui nulla potesse mai reagire.

Il punto. La stabilità degli atomi deriva dalle regole quantistiche e dalle interazioni elettriche. Essere stabili non significa essere incapaci di trasformarsi.

4. Perché la tavola periodica ha un ordine riconoscibile

Nella tavola periodica gli elementi non sono semplicemente disposti per massa o per comodità. Seguono l’aumento del numero atomico, ossia del numero di protoni, e mostrano una ripetizione sistematica delle proprietà chimiche. Il sodio e il potassio, ad esempio, reagiscono in modi simili; il fluoro e il cloro condividono altri comportamenti. Questa somiglianza nasce dall’organizzazione degli elettroni negli stati permessi.

Gli elettroni possono occupare livelli e sottolivelli che chiamiamo, per brevità, gusci e orbitali. Non tutti gli stati hanno la stessa energia né possono ospitare un numero illimitato di elettroni. La progressiva occupazione degli stati segue principi quantistici che hanno eccezioni e dettagli importanti, specialmente negli elementi pesanti. Il concetto introduttivo resta però semplice: quando gli atomi hanno distribuzioni elettroniche esterne simili, spesso mostrano reattività simile.

Gli elettroni di valenza sono quelli che prendono parte più direttamente alla formazione dei legami. In molti elementi dei gruppi principali, il loro numero aiuta a capire quante combinazioni siano comuni. Un atomo di sodio tende a cedere un elettrone nelle reazioni con molti non metalli; un atomo di cloro tende ad acquistarne uno; il carbonio tende a condividere elettroni formando legami covalenti. Sono tendenze, non divieti assoluti: la chimica effettiva dipende dal contesto.

La periodicità fu riconosciuta sperimentalmente prima che la meccanica quantistica ne fornisse una spiegazione microscopica. È un buon esempio del progresso della scienza: prima si scopre una regolarità nei dati, poi si elabora una teoria capace di collegarla a fenomeni più fondamentali. La teoria quantistica spiega una grande parte della tavola periodica, anche se calcolare con precisione tutte le proprietà degli elementi più complessi è un compito tutt’altro che banale.

Quando, in un’argomentazione sul fine-tuning, si parla di «esistenza della chimica», bisogna quindi precisare di che cosa si parla: della stabilità dell’idrogeno? Di una pluralità di elementi? Della presenza di orbitali occupabili? Di una specifica chimica organica? Sono domande diverse, che non possono condividere automaticamente la stessa soglia quantitativa.

Il punto. La tavola periodica è un ordine osservato e spiegato dalla struttura elettronica quantistica. La sua regolarità non elimina, ma rende più precisa, la domanda sulle condizioni fisiche della ricchezza chimica.

5. Il principio di Pauli: un vincolo che genera diversità

Un’altra regola decisiva è il principio di esclusione di Pauli. Gli elettroni appartengono alla famiglia dei fermioni: particelle che, in un determinato sistema, non possono occupare simultaneamente lo stesso identico stato quantistico. In un semplice orbitale atomico possono stare al massimo due elettroni, con proprietà di spin differenti. Lo spin è una proprietà quantistica intrinseca, non la rotazione materiale di una piccola sfera.

Se gli elettroni potessero accumularsi tutti nello stato più basso senza questa limitazione, la struttura degli atomi a molti elettroni sarebbe radicalmente differente. Il principio contribuisce alla disposizione in gusci e alla ripetizione periodica delle proprietà. Svolge anche un ruolo nella resistenza della materia ordinaria alla compressione; in un quadro completo agiscono sia le interazioni elettromagnetiche sia gli effetti di indiscernibilità dei fermioni.

La chimica nasce, in parte, proprio da questa impossibilità di mettere ogni elettrone nella configurazione più comoda senza rispettare gli altri. Alcuni stati si riempiono, altri restano disponibili, e gli atomi possono raggiungere condizioni energeticamente più favorevoli formando legami. L’immagine scolastica dell’«ottetto» di otto elettroni è un aiuto per molti composti semplici, non una legge universale valida per tutte le molecole.

Una ricerca pubblicata nel 2024 sul Journal of the American Chemical Society ha approfondito le origini energetiche dei legami separando contributi legati alla distribuzione degli elettroni, alla polarizzazione e agli effetti dei nodi delle funzioni d’onda. I nodi sono regioni in cui la funzione d’onda cambia segno o si annulla. Lo studio non ha scoperto che il principio di Pauli «crea da solo i legami», ma chiarisce come diversi effetti quantistici concorrano alle energie di legame misurabili.

Questa precisazione è importante: una frase come «la materia si organizza perché gli elettroni si respingono» è insufficiente. Serve considerare contemporaneamente l’attrazione tra nuclei ed elettroni, la repulsione reciproca, il principio di esclusione e la possibilità che la densità elettronica si distribuisca fra più nuclei.

Il punto. Il principio di Pauli limita l’occupazione degli stati elettronici e contribuisce alla struttura della tavola periodica. I legami nascono dall’equilibrio di più effetti quantistici ed elettrici.

6. Un legame chimico non è un gancio materiale

Quando due atomi si legano, non spuntano ganci fisici dalle loro superfici. Un legame chimico è una configurazione in cui l’insieme di nuclei ed elettroni può risultare energeticamente più favorevole rispetto a determinate configurazioni separate. A seconda delle condizioni, per spezzare quel legame occorre fornire energia oppure passare attraverso una reazione che redistribuisce gli atomi.

Un legame covalente si descrive spesso come condivisione di elettroni: è una buona prima immagine, purché non si immagini che ogni coppia elettronica sia un oggetto immobile collocato in mezzo a due palline. Nel cloruro di sodio, il comune sale da cucina, sono invece importanti l’attrazione fra ioni positivi e negativi e l’organizzazione in una struttura cristallina. Anche la distinzione fra «ionico» e «covalente» non è sempre netta: molti legami hanno caratteristiche intermedie.

L’energia conta. Un legame troppo debole, nelle condizioni considerate, può rompersi per gli urti termici; uno molto forte può rendere difficile una trasformazione chimica. Ma «forte» e «debole» hanno senso solo rispetto a una scala: temperatura, solvente, altri reagenti e vie di reazione. Le molecole biologiche possono contenere legami covalenti robusti, mentre associazioni più deboli fra regioni delle molecole contribuiscono al loro riconoscimento e al ripiegamento nello spazio.

Non bisogna neppure confondere stabilità termodinamica e velocità di reazione. Una trasformazione può essere energeticamente vantaggiosa ma molto lenta perché deve superare una barriera iniziale. Il legno, per esempio, può reagire con l’ossigeno dell’aria liberando energia, ma a temperatura ambiente non brucia spontaneamente in condizioni ordinarie. Un catalizzatore modifica la velocità di una reazione, senza spostare l’equilibrio termodinamico finale semplicemente per il fatto di essere presente.

La ricchezza della chimica dipende quindi da un paesaggio energetico complesso: ci sono configurazioni durevoli, vie di trasformazione, ostacoli, passaggi facilitati e nuovi prodotti. È molto più interessante di un insieme di atomi che si uniscono una sola volta per restare immobili.

Il punto. Le molecole esistono perché alcune disposizioni elettroniche hanno energie favorevoli; la chimica complessa richiede anche che esistano vie controllabili di trasformazione.

7. Perché il carbonio dispone di tante possibilità

Il carbonio possiede sei protoni nel nucleo e, quando è neutro, sei elettroni. Quattro dei suoi elettroni appartengono al livello esterno rilevante per le combinazioni chimiche comuni. La sua straordinaria versatilità dipende dalla capacità di formare quattro legami in molte molecole, di legarsi ad altri atomi di carbonio e di creare legami semplici, doppi e tripli. La tetravalenza non significa che ogni molecola con carbonio debba mostrare sempre quattro linee identiche: è una regola descrittiva che va interpretata con la struttura elettronica e il numero totale dei legami.

Due carboni possono collegarsi fra loro, poi altri carboni possono prolungare la struttura. Ne risultano catene, catene ramificate e anelli. L’ossigeno, l’azoto, lo zolfo, il fosforo e l’idrogeno aggiungono nuove proprietà. Modificando la posizione di pochi gruppi di atomi si ottengono sostanze differenti per solubilità, odore, reattività e comportamento biologico.

Il carbonio non è un elemento magico. Le sue proprietà derivano dalla struttura elettronica, dalla sua dimensione e dalle energie dei legami che può stabilire. Il silicio, posto nello stesso gruppo della tavola periodica, condivide alcune possibilità di legame; tuttavia il suo comportamento in acqua, le caratteristiche dei legami multipli e la chimica degli ossidi differiscono sensibilmente da quelli del carbonio. Confrontare alternative chimiche è scientificamente utile; dichiarare impossibile ogni vita non basata sul carbonio va oltre ciò che possiamo dimostrare.

La Royal Society of Chemistry sottolinea la capacità del carbonio di formare catene tenute insieme da legami relativamente robusti. L’elemento produce allotropi — forme dello stesso elemento con strutture differenti — come diamante e grafite. Nel diamante ogni carbonio è inserito in una rete tridimensionale di legami; nella grafite gli atomi formano fogli sovrapposti. Non è cambiato il numero di protoni, ma l’organizzazione dei legami.

Nel Modulo 12 abbiamo studiato come si produce il carbonio. Qui comprendiamo perché produrlo sia importante per la chimica conosciuta: non perché ogni molecola complessa debba contenere carbonio per definizione, ma perché il carbonio offre un assortimento eccezionalmente ampio di strutture e trasformazioni.

Il punto. La versatilità del carbonio deriva da proprietà elettroniche precise e da legami capaci di generare catene, anelli e molecole tridimensionali molto varie.

8. La forma conta quanto la formula

Un modo concreto per cogliere la ricchezza chimica è osservare gli isomeri. Due molecole possono contenere gli stessi tipi e numeri di atomi, ma averli collegati in un ordine diverso o disposti diversamente nello spazio. Per esempio, etanolo ed etere dimetilico condividono la formula molecolare C₂H₆O, pur avendo proprietà molto diverse: il primo è l’alcol presente nelle bevande alcoliche, il secondo è un gas alle condizioni ambientali ordinarie.

La differenza non sta in un nuovo ingrediente fondamentale ma nel modo in cui gli atomi si connettono. È una delle ragioni per cui, partendo da un numero limitato di elementi, si possono produrre un numero enorme di composti. La formula bruta da sola non racconta tutta la molecola. Servono la struttura, i legami e spesso la geometria nello spazio.

La disposizione tridimensionale è particolarmente importante per le molecole biologiche. Alcune coppie di composti sono immagini speculari non sovrapponibili, come due mani: sono gli enantiomeri. In un ambiente biologico questi composti possono avere interazioni differenti con una proteina, perché anche il sito di legame ha una forma tridimensionale. Non è necessario entrare qui nel problema dell’origine dell’orientamento preferito di numerose molecole biologiche: quel tema verrà trattato nel percorso dedicato alla vita.

Le possibilità geometriche si moltiplicano ulteriormente quando una molecola contiene numerosi atomi capaci di ruotare attorno ad alcuni legami, anelli con forme diverse e gruppi chimici che possono interagire fra loro. Tuttavia possibile in linea teorica non significa stabile, abbondante o facilmente sintetizzabile. La chimica deve sempre chiedere in quali condizioni una struttura esista davvero e con quale velocità possa formarsi.

Dire che «la natura può realizzare qualunque combinazione» sarebbe falso. Esistono restrizioni imposte dalle energie, dalla disponibilità dei reagenti e dalle vie di sintesi. Proprio l’intreccio fra possibilità e vincoli rende le strutture chimiche studiabili e utilizzabili. Un numero finito di regole non produce un repertorio infinito di sostanze disponibili in ogni ambiente, ma può produrre un’enorme varietà concreta.

Il punto. Non conta soltanto quali atomi contiene una molecola: contano il modo in cui si uniscono, la geometria e le condizioni che ne permettono la formazione.

9. Perché acqua e legami deboli cambiano il comportamento delle molecole

La molecola dell’acqua comprende un atomo di ossigeno e due atomi di idrogeno. Non ha la forma di una linea perfettamente diritta: la sua geometria è angolata. Poiché l’ossigeno attrae gli elettroni del legame più fortemente dell’idrogeno, la carica elettrica è distribuita in modo disuguale. L’acqua è una molecola polare, cioè con regioni parzialmente positive e negative.

Questa proprietà rende possibili interazioni fra molecole d’acqua chiamate legami a idrogeno. Non sono semplicemente normali legami covalenti supplementari: sono interazioni fra regioni di molecole, importanti ma di natura e intensità differenti secondo l’ambiente. Si formano e si rompono continuamente nell’acqua liquida, contribuendo a molte sue proprietà.

Fra gli effetti più noti ci sono un’elevata capacità di accumulare calore per unità di massa, un’interessante capacità di sciogliere ioni e molecole polari e la particolare struttura del ghiaccio ordinario. Quando congela in condizioni normali, l’acqua può formare una rete cristallina relativamente aperta: il ghiaccio risulta meno denso dell’acqua liquida e galleggia. Non è una proprietà di tutti i liquidi. Per ecosistemi come i laghi, il ghiaccio superficiale può svolgere una funzione isolante.

È importante, però, evitare espressioni come «l’acqua scioglie tutto» oppure «qualsiasi altra molecola renderebbe impossibile la vita». Oli e numerosi composti apolari si sciolgono male in acqua; altre sostanze possono funzionare come solventi in condizioni differenti. L’acqua è straordinariamente adatta a molti processi della vita terrestre, ma la scienza non dispone di un inventario completo di tutte le chimiche compatibili con forme ipotetiche di vita altrove.

Questo è anche un ponte verso il Modulo 14. Le proprietà molecolari, da sole, non rendono abitabile un pianeta. Occorrono condizioni di temperatura e pressione, fonti di energia, disponibilità degli elementi e una storia ambientale. Una stessa sostanza può essere liquida, solida o gassosa in condizioni diverse, con conseguenze profonde per le reazioni possibili.

Il punto. La polarità e i legami a idrogeno spiegano molte proprietà insolite dell’acqua. La loro rilevanza per la vita terrestre è evidente, ma non equivale a una dimostrazione dell’impossibilità di ogni altra chimica.

10. Quanto conta la costante di struttura fine

L’elettromagnetismo governa l’attrazione fra cariche di segno opposto e la repulsione fra cariche dello stesso segno. Nella teoria quantistica, l’intensità di questa interazione a una determinata scala di energia viene descritta da un numero senza unità di misura: la costante di struttura fine, indicata con la lettera greca α. È diversa dalle costanti che esprimiamo in metri o secondi: il suo valore non cambia semplicemente perché scegliamo un’altra unità di lunghezza.

Il valore raccomandato da CODATA per il 2022, pubblicato e discusso in una revisione del 2025, è circa α = 0,0072973525643, cioè un reciproco vicino a 137,035999177. Le cifre riportate descrivono una misura di laboratorio ottenuta combinando dati e calcoli, con un’incertezza molto piccola; non sono una «probabilità di vita». Il valore va inteso nel regime pertinente, perché in fisica delle particelle l’intensità efficace delle interazioni può variare con la scala di energia.

Perché α interessa la chimica? Nell’atomo più semplice la dimensione caratteristica e l’energia dei livelli dipendono, fra altre quantità, dall’interazione elettromagnetica e dalla massa dell’elettrone. In una descrizione non relativistica e a parità degli altri parametri, la scala energetica tipica è proporzionale a α²; la dimensione caratteristica è inversamente proporzionale ad α e alla massa elettronica. Questi rapporti mostrano che modificare i parametri influirebbe su grandezze che decidono quali molecole siano legate e con quali energie possano reagire.

Attenzione però a non passare direttamente da questa dipendenza a una conclusione del tipo «una variazione dello 0,1% distruggerebbe ogni atomo». Per verificare una simile frase occorre specificare quale parametro cambia, quali restano fissi, quale modello si usa e quale risultato si chiama “chimica possibile”. Un cambiamento delle energie può modificare la tavola periodica senza eliminarla del tutto. Inoltre alcune variazioni possono essere correlate all’interno di teorie più profonde; non sempre è corretto immaginare ogni costante come una manopola totalmente indipendente.

La costante di struttura fine è dunque centrale, ma non è una scorciatoia per calcolare una probabilità di progetto. È una quantità definita con precisione che collega gli esperimenti alla struttura atomica e rende possibile formulare ipotesi quantitative verificabili.

Il punto. La costante di struttura fine misura l’intensità dell’interazione elettromagnetica e influenza le scale atomiche. La sua importanza è misurabile; la probabilità di un universo chimicamente ricco richiede ipotesi ulteriori.

11. Perché conta anche la massa dell’elettrone

Le dimensioni e i livelli energetici di un atomo non dipendono solo dalla carica elettrica. Conta anche la massa dell’elettrone, e nei sistemi reali contano le masse dei nuclei. Un elettrone è molto più leggero di un protone: il rapporto massa del protone/massa dell’elettrone è circa 1836. È un numero senza unità di misura, utile quando confrontiamo diverse versioni ipotetiche delle leggi fisiche.

Un elettrone leggero può occupare stati quantistici distribuiti nello spazio su scale molto maggiori di quelle tipiche del nucleo. Questa separazione di scale aiuta a comprendere perché i nuclei si muovano relativamente lentamente rispetto agli elettroni durante molte trasformazioni molecolari. In chimica teorica si usa spesso, con le dovute cautele, un’approssimazione che tratta prima il comportamento elettronico per una configurazione fissata dei nuclei e poi ricostruisce il loro moto: è l’approssimazione di Born–Oppenheimer.

Se le masse fossero diverse, cambierebbero molti dettagli: dimensioni caratteristiche, vibrazioni delle molecole, stabilità di certe configurazioni e velocità delle reazioni. Tuttavia non basta raddoppiare idealmente la massa di una particella in una formula semplice per concludere che la chimica complessa diventi impossibile. Il risultato dipenderebbe dalle altre costanti, dal comportamento relativistico e dalla stabilità dei nuclei nei modelli considerati.

La stessa prudenza si applica agli isotopi. Sostituire l’idrogeno comune con il deuterio, che contiene un neutrone in più nel nucleo, non elimina la capacità dell’elemento di legarsi con l’ossigeno. Cambia però la massa e può modificare la velocità di alcune reazioni: è il cosiddetto effetto isotopico. Questa osservazione di laboratorio dimostra che massa nucleare e comportamento molecolare sono collegati, ma anche che una variazione di massa non equivale automaticamente alla distruzione di tutti i legami.

La chimica che conosciamo occupa dunque una regione dello spazio dei parametri fisici: una regione in cui nuclei ed elettroni hanno masse e interazioni che consentono strutture durature. Stabilire quanto sia ampia rispetto ad altre regioni è un problema di modellizzazione, non qualcosa che si legge direttamente dalla tavola periodica.

Il punto. La massa elettronica e il suo rapporto con le masse nucleari influenzano dimensioni, energie e dinamica delle molecole; non consentono da soli di assegnare probabilità cosmologiche.

12. Le reazioni devono funzionare nel mondo reale

Immaginiamo di disporre di atomi capaci di formare molecole. Non abbiamo ancora garantito una chimica dinamica. Bisogna anche che esistano temperature, pressioni e sorgenti energetiche in grado di attivare trasformazioni senza distruggere sistematicamente i composti. Una molecola può essere stabile nel vuoto freddissimo dello spazio, reagire in un laboratorio riscaldato e decomporsi immediatamente vicino alla superficie di una stella.

La temperatura misura l’energia associata ai moti microscopici in equilibrio termico. Quando il sistema si scalda, alcuni urti diventano più energetici e alcune reazioni possono procedere più rapidamente. Ma non esiste una proporzione universale semplice «temperatura doppia, reazioni doppie»: intervengono barriere energetiche, catalizzatori e meccanismi specifici. La chimica realistica richiede spesso un intervallo di condizioni, non una singola temperatura predestinata.

Anche la luce può guidare reazioni. Un fotone è un quanto di radiazione elettromagnetica e trasporta un’energia legata alla sua frequenza: E = hν, dove h è la costante di Planck e ν la frequenza. I fotoni delle stelle possono riscaldare superfici, spezzare alcuni legami o essere catturati da particolari molecole. La fotosintesi terrestre sfrutta soltanto una parte dello spettro disponibile e richiede pigmenti, strutture molecolari e una catena articolata di trasformazioni: non nasce automaticamente dal fatto che l’energia dei fotoni abbia un ordine di grandezza simile a quello di certi legami.

In Conversione Costante compare un passaggio divulgativo che richiama proprio questa corrispondenza fra luce stellare ed energie chimiche. È uno spunto interessante perché mette in relazione stelle e molecole, ma la formulazione «la fotosintesi era già scritta nelle costanti» non è un risultato sperimentale. Le leggi fisiche stabiliscono quali transizioni siano consentite e quali energie siano in gioco; non determinano, da sole, la comparsa dei particolari sistemi biologici terrestri.

Un’analisi corretta può chiedere se siano possibili ampi intervalli di spettri stellari e chimiche fotoreattive alternative. Non conosciamo tutte le risposte; conosciamo abbastanza fisica e chimica per formulare il problema in modo preciso, senza trattare l’immagine divulgativa come una dimostrazione.

Il punto. Una chimica ricca non richiede soltanto molecole possibili: occorrono ambienti e fonti energetiche che consentano reazioni durature. Il passaggio alla fotosintesi biologica è una questione ulteriore.

13. La chimica esiste anche lontano dalla Terra

Le molecole non sono esclusive del nostro pianeta. Gli astronomi rilevano specie molecolari in nubi di gas e polveri, regioni di formazione stellare, atmosfere planetarie e materiale circumstellare. Il metodo principale è la spettroscopia: una molecola assorbe o emette luce a determinate frequenze, creando una sorta di impronta che può essere confrontata con misure di laboratorio e calcoli.

Per esempio, la presenza di molecole come monossido di carbonio, acqua, ammoniaca e diversi composti organici nelle regioni interstellari mostra che certi legami possono formarsi anche in ambienti molto differenti da quelli della superficie terrestre. Alcune trasformazioni avvengono nel gas, altre sulle superfici fredde dei granelli di polvere. Le misure non significano che ogni molecola sia presente dappertutto, né che nello spazio sia stata osservata la comparsa spontanea di un organismo.

Il rilevamento spettroscopico è un buon esempio di come funziona la scienza. Si osservano righe o bande di luce, le si confronta con proprietà molecolari note, si valutano possibili sovrapposizioni e si costruiscono modelli di temperatura, densità e composizione. Un’identificazione particolarmente impegnativa deve resistere alla presenza di specie diverse che producono segnali vicini. Per le molecole più complesse, distinguere segnali deboli e combinazioni di righe è tutt’altro che automatico.

La chimica cosmica consente quindi di mettere in rapporto i due livelli del percorso: la produzione degli elementi nelle stelle e le possibilità di combinazione fra atomi. Mostra che il passaggio dai nuclei alle molecole non dipende soltanto da una condizione terrestre eccezionale. Al tempo stesso non risolve il problema dell’origine della vita: una molecola organica non è un sistema capace di riprodursi, evolvere e conservare informazione biologica.

In questo modo il quadro diventa più ampio, senza essere gonfiato. Possiamo affermare che la chimica molecolare è diffusa nell’universo osservabile e che conosciamo meccanismi fisici capaci di generare varie specie chimiche. Non possiamo affermare, solo su questa base, che la vita sia inevitabile o che l’intelligenza sia comparsa altrove.

Il punto. La spettroscopia mostra che numerose molecole esistono nello spazio. La chimica cosmica collega nucleosintesi stellare e materia complessa, ma non equivale alla scoperta della vita.

14. Cambiare le costanti: che cosa ci dicono davvero i modelli

Per studiare la dipendenza della chimica dalle leggi, i fisici considerano modelli ipotetici in cui alcuni parametri hanno valori differenti. È un esperimento teorico legittimo, purché siano esplicitate le ipotesi. Se cambia la costante elettromagnetica, cambiano molte scale atomiche; se cambia il rapporto fra masse, si modificano vibrazioni e strutture molecolari; se cambiano i parametri nucleari, possono cambiare gli elementi stabili disponibili.

I diversi cambiamenti non vanno però sommati come se fossero tutti indipendenti. La forza forte e l’elettromagnetismo governano, in modo diverso, la stabilità dei nuclei. Per esempio, l’assenza di nuclei stabili di carbonio impedirebbe la chimica del carbonio come la conosciamo, ma non dimostrerebbe da sola che nessun tipo di chimica possa esistere. Viceversa, un universo con nuclei stabili ma senza stati elettronici adatti ai legami sarebbe chimicamente molto povero.

Fred Adams, in una revisione del 2019 sul fine-tuning, ha esplorato intervalli di parametri compatibili con strutture e processi astrofisici. Il suo obiettivo non era calcolare un’unica probabilità che l’universo esista, ma delimitare regioni in cui sistemi fisici particolari rimangano possibili. La lezione generale vale anche per la chimica: prima bisogna definire il criterio di successo, poi verificare quanto cambi cambiando parametri specificati.

Il lettore potrebbe chiedere se esista un valore minimo universale di α sotto il quale tutte le molecole si dissolvono. Non possediamo una risposta così semplice, indipendente dalle altre grandezze e dal tipo di molecola. Alcuni modelli ideali permettono scaling matematici molto chiari; le molecole pesanti, gli effetti relativistici e la stabilità dei nuclei richiedono analisi più complete. L’assenza di un limite universale noto non significa che la chimica sia insensibile alle costanti: significa che occorre evitare affermazioni più generali dei calcoli disponibili.

Gli scenari alternativi non sono osservazioni di altri universi. Sono strumenti per capire la dipendenza delle leggi conosciute da certe ipotesi, e devono essere presentati come tali. Il fine-tuning, se sostenuto, va argomentato sui modelli pertinenti e sulle loro incertezze, non su uno slogan.

Il punto. Variare i parametri è utile per identificare vincoli fisici. La conclusione dipende da quali costanti cambiano, da quali proprietà della chimica si vogliono conservare e dai limiti del modello.

15. Le costanti hanno mantenuto lo stesso valore nella storia cosmica?

L’idea che una costante fondamentale possa variare nel tempo non è una contraddizione logica. Alcune teorie ipotetiche permettono variazioni di quantità che nella nostra descrizione ordinaria trattiamo come costanti. Per verificare una proposta del genere, però, bisogna cercare un effetto osservabile: cambiamenti nelle righe atomiche e molecolari, differenze fra orologi di precisione o altri segnali misurabili.

Nello studio degli spettri provenienti da galassie molto lontane possiamo osservare luce emessa o assorbita miliardi di anni fa. Alcune transizioni dipendono in modi differenti dalla costante di struttura fine o dal rapporto fra le masse del protone e dell’elettrone. Confrontando molte transizioni, e correggendo gli effetti del redshift e della strumentazione, si cercano variazioni nel tempo o nello spazio.

Nel 2008 Julian King e collaboratori hanno usato righe dell’idrogeno molecolare negli spettri di tre quasar — oggetti lontani e molto luminosi — per vincolare la possibile variazione del rapporto massa protone/elettrone. Il loro risultato, Δμ/μ = (2,6 ± 3,0) × 10⁻⁶, era compatibile con zero entro l’incertezza dichiarata. La quantità è una variazione relativa, non il valore assoluto del rapporto. Lo studio ha anche discusso problemi di calibrazione che avevano influenzato risultati precedenti.

Questa osservazione non dimostra che tutte le costanti siano rimaste identiche in ogni luogo e in ogni epoca. È un vincolo sperimentale su una specifica combinazione di parametri, in specifici sistemi, basato sulle prestazioni degli strumenti e sulle ipotesi dell’analisi. La ricerca prosegue con metodi e dati differenti. Non è corretto citare una possibile anomalia storica ignorando i controlli successivi, così come non è corretto trasformare una misura compatibile con zero in una dimostrazione metafisica dell’immutabilità delle leggi.

Il valore per il nostro percorso è metodologico: quando si passa dalla frase «le costanti hanno proprio questi valori» all’ipotesi «potrebbero essere diverse», bisogna sapere che cosa è misurato e che cosa resta una possibilità teorica. Questi studi mostrano come una domanda sulle leggi possa diventare una ricerca quantitativa.

Il punto. Gli spettri astronomici consentono di verificare possibili variazioni di parametri fondamentali; finora i limiti citati non autorizzano conclusioni assolute sulla loro immutabilità.

16. Che cosa significa «chimica possibile per la vita»

Un errore comune nel parlare di fine-tuning consiste nell’usare la parola «vita» come se fosse una proprietà direttamente calcolabile di una costante fisica. In realtà i modelli trattano, di volta in volta, condizioni più limitate: nuclei stabili, atomi con elettroni legati, molecole complesse, acqua liquida o stelle durature. Sono caratteristiche rilevanti per la vita terrestre, ma nessuna di esse coincide da sola con un organismo.

Per la vita che conosciamo, servono strutture molecolari capaci di svolgere funzioni diverse. Alcune costituiscono contenitori, altre partecipano a reazioni, altre conservano informazione in forma chimica. Ma la disponibilità di carbonio, acqua, energia e fosforo non produce automaticamente una cellula. L’origine di sistemi integrati è un problema scientifico distinto, che richiede di studiare reazioni, ambienti e meccanismi di organizzazione progressiva.

Possiamo immaginare quattro gradini. Il primo è la stabilità della materia: i nuclei e gli elettroni non devono sparire immediatamente. Il secondo è la varietà delle molecole: devono esistere legami e strutture differenti. Il terzo è la chimica dinamica: alcune molecole devono poter reagire, essere trasformate e partecipare a cicli. Il quarto è la funzione biologica: occorrono sistemi capaci di utilizzare quelle trasformazioni in un’organizzazione complessiva. I primi tre gradini riguardano direttamente il tema di questo modulo; il quarto richiederà un altro percorso.

La distinzione evita due estremi. Da un lato non bisogna sostenere che, siccome esiste il carbonio, la vita fosse inevitabile. Dall’altro non bisogna assumere che, siccome non abbiamo ricostruito ogni fase dell’origine della vita, la chimica non possa spiegare nessuna parte del problema. Le proprietà dei legami sono comprese e misurate; i processi biologici mettono in gioco organizzazioni e storie più lunghe.

Per quanto riguarda la possibilità di forme di vita non carboniose, possiamo indicare candidati teorici e limiti conosciuti, ma non assegnare una probabilità affidabile alla loro esistenza. La storia della scienza suggerisce prudenza ogni volta che si cerca di dedurre l’impossibilità di fenomeni mai osservati da una conoscenza ancora incompleta dello spazio delle alternative.

Il punto. Chimica complessa e vita non sono sinonimi. Le condizioni fisiche favorevoli alle molecole costituiscono un prerequisito importante, non una spiegazione completa dell’origine di organismi.

17. Come leggono questi fatti gli studiosi favorevoli al Disegno Intelligente

Autori come Luke Barnes e Geraint Lewis, nel libro A Fortunate Universe, richiamano l’attenzione sull’insieme delle condizioni che permettono stelle, nuclei duraturi, atomi e una ricca chimica. Stephen Meyer, in Return of the God Hypothesis, interpreta la convergenza di questi requisiti come un elemento di un argomento più generale a favore di una causa intelligente. È importante descrivere questa posizione correttamente: non si limita ad affermare che «non sappiamo come si forma un legame chimico», perché la chimica dei legami è oggetto di spiegazioni molto sviluppate.

L’argomento pro-ID più articolato riguarda il quadro complessivo. Le leggi e i parametri non permettono soltanto oggetti isolati: rendono possibili nuclei stabili, elettroni legati, elementi diversi, composti molecolari e processi energetici capaci di durare nel tempo. I sostenitori del progetto si chiedono se questa convergenza sia più comprensibile sotto l’ipotesi di una causa intenzionale piuttosto che come risultato di parametri privi di spiegazione ulteriore.

Questa è un’inferenza esplicativa, non una lettura diretta di uno spettrometro. Le misure NIST stabiliscono valori di costanti; la spettroscopia identifica linee e composti; la chimica quantistica ricostruisce strutture e legami. Nessuno di questi strumenti misura direttamente «intelligenza» come proprietà del parametro α. L’argomento filosofico nasce quando quei risultati vengono inseriti in un confronto fra ipotesi sull’origine delle condizioni fisiche.

Per dare forza a tale argomento non bisogna gonfiare le premesse. Un intervallo di parametri favorevole in un modello non diventa automaticamente una probabilità di una parte su un numero gigantesco. Senza una misura di probabilità motivata e senza un insieme di possibilità ben definito, le cifre possono apparire precise soltanto perché sono scritte con molte cifre. Presentare i limiti dei modelli non indebolisce necessariamente l’interesse della questione; evita di sostenere più di quanto sappiamo.

La domanda pro-ID rimane comunque riconoscibile: perché esistono leggi matematiche e parametri che permettono una materia capace di strutture, trasformazioni e funzioni? Non è una domanda da liquidare con un aggettivo come «casuale», ma neppure da considerare già risolta dal solo fatto di poterla formulare. Sarà affrontata esplicitamente nei Moduli 15–17.

Il punto. La prospettiva pro-ID considera la ricchezza chimica un elemento di un caso cumulativo. Il passaggio dalla fisica a una causa intelligente richiede però argomenti distinti e premesse quantitative corrette.

18. Una risposta alla principale obiezione, senza aggirare la scienza

Una critica frequente sostiene che la chimica sia «solo» una conseguenza della meccanica quantistica e dunque non contenga alcun problema interpretativo. La prima parte dell’affermazione riconosce un risultato importante: gli stati elettronici e le interazioni permettono di spiegare moltissime proprietà osservate. La parola «solo», però, nasconde una scelta filosofica. Spiegare come una legge produca determinati effetti non equivale sempre a spiegare perché il quadro delle leggi abbia proprio quella forma e proprio quei parametri.

I sostenitori dell’ID possono rispondere legittimamente che una causa progettuale, se proposta al livello dell’assetto generale delle leggi, non viene automaticamente confutata da una spiegazione microscopica dei legami. Una spiegazione dei meccanismi e un’ipotesi sul loro fondamento non competono necessariamente sullo stesso piano. Questo è un chiarimento concettuale, non una conferma sperimentale del progetto.

D’altra parte, la spiegazione fisica pone un limite reale all’argomentazione. Non si può presentare la tetravalenza del carbonio come un mistero insolubile se la teoria quantistica ne ricostruisce le basi. Non si può descrivere ogni piccola variazione di α come universalmente letale senza calcolare un modello alternativo. E non si può trattare la mancanza di una teoria finale che deduca tutte le costanti come prova positiva che un’intelligenza le abbia fissate.

La questione rimane aperta sul piano filosofico e dipende da criteri di confronto fra ipotesi: necessità delle leggi, pluralità di universi, selezione osservativa, possibilità di altre forme di complessità e potere esplicativo attribuito a una causa intelligente. Qui non occorre risolverla in anticipo. Basta mostrare esattamente ciò che la chimica aggiunge al quadro scientifico: un sistema di regolarità da cui possono emergere molti composti, non qualsiasi composto in qualsiasi condizione.

Il risultato è più interessante di una contrapposizione fra «la scienza spiega tutto» e «la scienza non spiega nulla». La fisica spiega moltissimo; proprio questa capacità rende possibile porre domande ben definite sui presupposti generali della spiegazione.

Il punto. Il funzionamento dei legami è spiegato dalla fisica quantistica. L’eventuale inferenza di progetto riguarda un livello esplicativo ulteriore e deve essere sostenuta senza negare i risultati scientifici.

19. Che cosa abbiamo imparato e che cosa verrà dopo

Ora possiamo guardare una molecola con occhi diversi. Non è un piccolo ammasso di sfere tenute insieme da colle misteriose. È una struttura di nuclei ed elettroni nella quale le interazioni elettriche, gli stati quantistici permessi, l’energia e le condizioni ambientali determinano possibili legami e reazioni. La stessa fisica aiuta a spiegare perché gli elementi presentino proprietà che si ripetono nella tavola periodica, perché il carbonio formi tanti composti e perché la forma geometrica di una molecola conti quanto la sua composizione.

Abbiamo anche imparato a distinguere tre affermazioni. La prima è osservativa: esistono atomi stabili, legami, molecole, materiali e reazioni. La seconda è teorica e sperimentale: le proprietà possono essere spiegate e previste mediante modelli quantistici controllabili. La terza è interpretativa: alcuni autori vedono nell’insieme di queste condizioni un indizio di fine-tuning o di progetto. Confondere i tre piani rende meno chiaro il discorso scientifico, invece di rafforzarlo.

Le scale contano: l’energia necessaria a ionizzare un atomo, la forza di un legame, la temperatura di una nube interstellare e la durata di una stella sono grandezze diverse. Possiamo metterle in relazione, ma non confrontarle senza precisare unità e ipotesi. Anche la frequente osservazione che la luce stellare possa alimentare processi chimici è una relazione fisica importante, non una dimostrazione che determinate funzioni biologiche fossero predestinate.

Nel Modulo 14, «Un universo abitabile: stelle, elementi, pianeti e tempo», uniremo i passaggi già studiati. Perché la materia chimicamente ricca diventi parte di un ambiente durevole servono stelle e pianeti adatti, una storia di formazione, una disponibilità di elementi e condizioni che cambino senza distruggere continuamente le strutture. L’argomento riguarderà sistemi interi, non un’unica molecola o una singola costante.

A quel punto avremo gli elementi per affrontare nei moduli conclusivi una domanda più rigorosa: quali condizioni fisiche sono davvero necessarie per la vita che conosciamo, quanto sono ristrette nei modelli disponibili e che tipo di inferenza possiamo trarne? Prima di discutere la risposta, è indispensabile comprendere bene la domanda.

Il punto. La ricchezza chimica deriva da leggi e interazioni misurabili. Il suo ruolo nel fine-tuning si valuta solo distinguendo condizioni fisiche, modelli alternativi e interpretazioni.

Conclusione — La varietà nasce da regole precise

Dai nuclei fabbricati nelle stelle siamo arrivati agli elettroni che occupano stati quantistici, alle regolarità della tavola periodica e ai legami capaci di formare molecole. Le proprietà del carbonio, la polarità dell’acqua, le forme degli isomeri e la possibilità di avviare reazioni dimostrano quanto possa essere vario il comportamento della materia, pur partendo da un numero relativamente piccolo di costituenti e interazioni.

Non è corretto descrivere questa varietà come una conseguenza puramente arbitraria del mescolamento degli atomi: esistono regole precise, energie misurabili e restrizioni. Non è neppure corretto concludere che la complessità di una molecola dimostri, da sola, un progetto. Le due conclusioni hanno bisogno di argomenti diversi dalla semplice constatazione che la materia può organizzarsi.

L’interesse scientifico del fine-tuning sta nel chiedere quali proprietà dipendano da specifici valori delle costanti e se siano possibili regioni diverse dello spazio dei parametri. L’interesse filosofico della prospettiva del Disegno Intelligente sta nel chiedere quale spiegazione complessiva renda ragione di un insieme così fecondo di condizioni. Conoscere meglio la chimica non chiude queste domande: permette finalmente di formularle con precisione.

Bibliografia

Studi scientifici e riferimenti verificabili

  1. Peter J. Mohr, David B. Newell, Barry N. Taylor ed Eite Tiesinga, «CODATA Recommended Values of the Fundamental Physical Constants: 2022», Reviews of Modern Physics, 97, 025002 (2025). DOI: 10.1103/RevModPhys.97.025002. Valori della costante di struttura fine, delle masse e delle scale atomiche.
  2. Alistair J. Sterling, Daniel S. Levine, Abdulrahman Aldossary e Martin Head-Gordon, «Chemical Bonding and the Role of Node-Induced Electron Confinement», Journal of the American Chemical Society, 146(14), 9532–9543 (2024). DOI: 10.1021/jacs.3c10633. Analisi degli effetti elettronici che contribuiscono ai legami chimici.
  3. Julian A. King, John K. Webb, Michael T. Murphy e Robert F. Carswell, «Stringent Null Constraint on Cosmological Evolution of the Proton-to-Electron Mass Ratio», Physical Review Letters, 101, 251304 (2008). DOI: 10.1103/PhysRevLett.101.251304. Vincoli spettroscopici alla variazione del rapporto di massa.
  4. Fred C. Adams, «The Degree of Fine-Tuning in our Universe — and Others», Physics Reports, 807, 1–111 (2019). DOI: 10.1016/j.physrep.2019.02.001. Discussione dei vincoli sui parametri fisici e sugli scenari alternativi; verifica del grado di sensibilità richiesto.
  5. Royal Society of Chemistry, Carbon — Element information, properties and uses. Proprietà del carbonio e capacità di formare numerosi composti.
  6. Purdue University, Department of Chemistry, The Chemistry of Carbon. Legami carbonio–carbonio, covalenza e strutture organiche.
  7. OpenStax, Chemistry — 6.4 Electronic Structure of Atoms (Electron Configurations). Configurazioni elettroniche e periodicità chimica.
  8. OpenStax, Organic Chemistry — 1.4 Development of Chemical Bonding Theory. Tetravalenza del carbonio, teoria dei legami e geometria molecolare.
  9. OpenStax, Biology 2e — 2.2 Water. Polarità, legami a idrogeno e comportamento dell’acqua.
  10. National Institute of Standards and Technology, CODATA Fundamental Physical Constants Database. Tabelle aggiornate e storia delle revisioni delle costanti fondamentali.

Per approfondire

  • Geraint F. Lewis e Luke A. Barnes, A Fortunate Universe: Life in a Finely Tuned Cosmos, Cambridge University Press, 2016. Discussione generale delle condizioni fisiche dell’universo e della materia complessa.
  • Luke A. Barnes e Geraint F. Lewis, The Cosmic Revolutionary’s Handbook (Or: How to Beat the Big Bang), Cambridge University Press, 2020. Introduzione alle forze fondamentali e alle costanti di accoppiamento.
  • John D. Barrow, The Constants of Nature: From Alpha to Omega, Pantheon Books, 2002. Storia e significato delle costanti, inclusa la costante di struttura fine.
  • John Gribbin e Martin Rees, Cosmic Coincidences: Dark Matter, Mankind, and Anthropic Cosmology, Bantam Books, 1989. Il quadro storico delle coincidenze cosmologiche.
  • David Sloan, Rafael Alves Batista, Michael Townsen Hicks e Roger Davies (a cura di), Fine-Tuning in the Physical Universe, Cambridge University Press, 2020. Analisi pluralistica dei parametri cosmici e delle loro interpretazioni.
  • Stephen C. Meyer, Return of the God Hypothesis: Three Scientific Discoveries That Reveal the Mind Behind the Universe, HarperOne, 2021. L’interpretazione favorevole all’ipotesi di un’intelligenza ordinatrice.

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