Percorso: Algoritmi Animali
Modulo 4
Prerequisiti:
Modulo 3
Guida alla lettura
Disclaimer
Introduzione: un insetto che dice a un altro insetto dove andare
Un’ape rientra nell’alveare dopo aver trovato un campo di trifoglio a milleduecento metri, verso sud-ovest. Si arrampica su un favo verticale, al buio, in mezzo alla ressa. Cammina in linea retta scuotendo l’addome, torna indietro con una semicirconferenza, ripete, torna indietro dall’altro lato: disegna un otto. Altre api la seguono a contatto, con le antenne appoggiate al suo corpo. Poi escono e volano verso il trifoglio.
Nei moduli precedenti l’informazione restava dentro un singolo animale: la farfalla monarca e gli animali del modulo sulla navigazione misurano, elaborano e usano i dati per conto proprio.
Qui l’informazione esce da un cervello ed entra in un altro. Va convertita in un segnale fisico — una traiettoria, una durata, una vibrazione — che un secondo animale deve riconvertire nella grandezza di partenza. Serve dunque qualcosa che prima non serviva: una convenzione condivisa. Non un riflesso, ma un abbinamento fra segnale e significato che poteva essere diverso e che però deve essere lo stesso su entrambi i lati. Non stiamo osservando un comportamento complesso: stiamo osservando un codice.
1. Von Frisch: vent’anni per capire, e una correzione a se stesso
Karl von Frisch cominciò a studiare le api attorno al 1919 con un metodo semplice: arnie con pareti di vetro, api marcate una per una con puntini di vernice, mangiatoie di acqua zuccherata a distanze e direzioni note. Notò presto che un’ape rientrata da una buona fonte eseguiva movimenti stereotipati sul favo, e che le compagne che la seguivano uscivano poco dopo.
Nel 1923 pubblicò la sua prima interpretazione, e si sbagliava: pensò che la danza circolare significasse «nettare» e quella a otto «polline», cioè che il segnale indicasse il tipo di risorsa. Solo nel 1944, con mangiatoie poste a distanze crescenti, capì che le due danze distinguevano vicino e lontano, e che nella danza a otto la parte rettilinea cambiava orientamento a seconda di dove stava la mangiatoia. Aveva tenuto in mano per vent’anni la chiave sbagliata della stessa porta, e lo disse pubblicamente.
Il dettaglio non è decorativo: la corrispondenza fra segnale e significato non è leggibile a occhio, non si deduce dalla forma del movimento, va decifrata. Nel 1973 von Frisch ricevette il premio Nobel per la fisiologia o la medicina insieme a Konrad Lorenz e Nikolaas Tinbergen, come ricorda Eric Cassell in Animal Algorithms.
2. La controversia: Wenner, gli odori e l’ape robot
Raccontata così la storia sembra lineare. Non lo fu. Dalla metà degli anni Sessanta Adrian Wenner, con Patrick Wells e altri, sollevò un’obiezione seria: che le reclute escano dopo una danza e arrivino alla fonte non dimostra che abbiano usato l’informazione contenuta nella danza. Potrebbero aver annusato la bottinatrice e cercato nell’ambiente l’odore floreale che si porta addosso — e le mangiatoie di von Frisch erano cariche di odore. Su Science, nel 1969, Wenner, Wells e Johnson posero la domanda nei termini più netti: reclutamento «olfatto o linguaggio?». Era una critica metodologicamente corretta, e per un decennio la comunità restò divisa.
La risposta decisiva arrivò nel 1975 da James Gould, con un esperimento di disallineamento. Se nell’alveare c’è una luce, le api tendono a usarla come riferimento al posto della gravità, trattandola come fosse il sole. Gould dipinse di nero gli ocelli — i tre occhi semplici sulla sommità del capo — delle sole api danzatrici, e accese una lampadina fioca nell’arnia. Le danzatrici, ormai poco sensibili alla luce debole, continuarono a orientarsi rispetto alla gravità; le reclute, con gli ocelli intatti, leggevano la danza rispetto alla lampadina. I due lati del codice usavano riferimenti diversi, e le reclute dovevano quindi volare in una direzione sbagliata in modo calcolabile in anticipo. Fu così: arrivarono in massa nel punto previsto dall’errore, dove non c’era né cibo né odore di api.
La conferma venne dalla Danimarca. Il gruppo di Axel Michelsen costruì un modello meccanico di ape — ottone rivestito di cera, motori passo-passo comandati da un calcolatore, corse rettilinee con angolo e durata arbitrari, vibrazioni delle ali, una gocciolina di zucchero — e nel 1992 il modello reclutò api reali verso coordinate scelte dagli sperimentatori, dove nessuna ape era mai stata. Se un pezzo di ottone che esegue una geometria manda le api dove vuole chi lo comanda, l’informazione sta nella geometria. Senza le vibrazioni il reclutamento crollava: anche il suono è parte del segnale. Nel 2005 John Riley e Randolf Menzel hanno poi tracciato con radar le traiettorie reali delle reclute: catturate all’uscita e liberate altrove, volavano lo stesso vettore dal nuovo punto, cioè portavano con sé una direzione e una distanza, non una destinazione.
Dove i critici avevano ragione
Sarebbe disonesto chiudere qui: Wenner aveva parzialmente ragione su tre punti. Primo, l’odore serve davvero: il vettore porta la recluta in un intorno del bersaglio, non sul bersaglio, e l’ultimo tratto è risolto da ricerca locale e segnali olfattivi. Il sistema è ibrido; chi presenta la danza come un GPS che consegna l’ape sul fiore descrive male i dati.
Secondo, la precisione è modesta: la dispersione angolare fra corse successive della stessa danzatrice è di parecchi gradi, e solo una frazione delle api che seguono una danza trova la fonte. Terzo, e più interessante, in certi ambienti l’informazione spaziale vale poco: Anna Dornhaus e Lars Chittka, nel 2004, hanno confrontato colonie con danze rese illeggibili e colonie di controllo, e nei prati temperati la perdita dell’informazione direzionale riduceva poco la raccolta, mentre nella foresta tropicale, con risorse concentrate in pochi alberi distanti, il costo era sostanziale.
3. Il codice: che cosa codifica esattamente che cosa
La direzione. Nella corsa rettilinea l’ape avanza scuotendo l’addome a circa quindici oscillazioni al secondo. La grandezza codificante è l’angolo fra la corsa e la verticale del favo; quella codificata è l’angolo fra la direzione della fonte e la direzione del sole. Se la fonte sta verso il sole la corsa punta in alto; se sta a quaranta gradi in senso orario rispetto al sole, la corsa è inclinata di quaranta gradi in senso orario rispetto alla verticale. Cassell insiste sul fatto che «il modo in cui ciò avviene non è semplice»: c’è una trasposizione fra due riferimenti fisicamente diversi, la gravità per il segnale e l’azimut solare per il significato. Uno studio del 2014 di Veronika Lambinet e colleghi ha escluso che l’allineamento usi il campo magnetico terrestre: il riferimento è gravitazionale, e implica un sensore di gravità dal meccanismo ancora ignoto.
La distanza. La durata della corsa cresce in modo approssimativamente lineare con la distanza; sotto una soglia di poche decine di metri l’ape esegue invece una danza circolare, che segnala «vicino» senza direzione. Come misuri la distanza si è capito solo negli anni Duemila: non è un conteggio energetico né un cronometro, è un integratore di flusso ottico. Mandyam Srinivasan e colleghi hanno addestrato api a volare in un tunnel stretto lungo pochi metri, con le pareti a righe: vedendo scorrere il motivo rapidissimo sulla retina, all’uscita le api danzavano come se avessero percorso alcune centinaia di metri. Harald Esch e collaboratori, su Nature nel 2001, hanno mostrato che anche le reclute volano la distanza indicata in unità di flusso ottico.
La qualità. Non è codificata da un parametro geometrico ma dall’intensità del comportamento: numero di ripetizioni, velocità della fase di ritorno, persistenza della danzatrice. Una fonte ricca produce danze lunghe e vivaci, una mediocre poche corse svogliate. Questa terza dimensione non dice dove, dice quanto conviene, ed è la variabile su cui è costruito il processo decisionale collettivo.
4. Perché è un codice e non un riflesso: l’arbitrarietà
Molti segnali animali hanno un rapporto causale o iconico con il loro significato: il ringhio è forte perché l’animale è grande, l’intensità di un feromone d’allarme cresce con la vicinanza perché la molecola diffonde. Il legame è imposto dalla fisica: non poteva essere diverso.
Nella danza dell’addome non è così. Nulla nella fisica costringe l’angolo rispetto alla gravità a significare l’angolo rispetto al sole. Nulla costringe la durata a significare la distanza: poteva essere l’ampiezza, la frequenza dell’oscillazione, il numero di ripetizioni. Nulla costringe il verso orario a corrispondere al verso orario anziché al suo opposto. Nulla fissa il fattore di conversione fra millisecondi e metri al valore che ha — e infatti quel valore cambia fra razze e specie, il che dimostra che è un parametro, non una costante di natura.
Cassell chiama questa proprietà contingenza: un comportamento programmato complesso «non è un comportamento necessario, in quanto la specie in questione avrebbe potuto, in linea di principio, seguire un modello comportamentale diverso e prosperare ugualmente». È il termine biologico per quella che in teoria dell’informazione si chiama arbitrarietà, la firma distintiva di un codice: una corrispondenza fra segnali e significati non determinata dalla fisica dei segnali. Alfabeto Morse, codici a barre, corrispondenza fra triplette di nucleotidi e amminoacidi: in nessun caso il significato si ricava dalla chimica o dalla geometria del segno. Bisogna conoscere la tabella.
C’è di più: la danza soddisfa la condizione che i linguisti chiamano spostamento, perché si riferisce a qualcosa che non è presente dove e quando il segnale viene emesso. Un’ape al buio descrive un campo a un chilometro che nessuno dei presenti può vedere o annusare. James e Carol Gould definiscono questo scambio, citati da Cassell, «il secondo scambio più ricco di informazioni nel mondo animale». Lo esegue un animale con circa 950.000 neuroni.
5. Il problema del codice a due lati
Un codice non è un oggetto: è una relazione, e una relazione ha bisogno di due termini. Perché la danza funzioni servono due sottosistemi distinti e complementari. Sul lato dell’emittente: sensori, un integratore che riduce un volo tortuoso al vettore netto, un modulo che converte quel vettore in parametri motori, un apparato che li esegue su un favo verticale al buio. Sul lato del ricevente: un apparato sensoriale che legga orientamento e durata nel buio completo — le seguitrici non vedono nulla, percepiscono contatto, vibrazione e gravità — un decodificatore che applichi la trasposizione inversa, un sistema di navigazione che trasformi il vettore in un piano di volo.
Il punto è che i due lati devono implementare la stessa convenzione, e nessuno vale nulla senza l’altro. Un’ape che danzi perfettamente in una colonia che non sa leggere non trasmette niente; un’ape che sappia leggere una convenzione che nessuno usa non riceve niente. E qui sta il nodo: un’ape che danzi secondo una convenzione modificata, in una colonia che legge secondo quella vecchia, non è silenziosa: manda le compagne nel posto sbagliato. Il suo contributo alla colonia è negativo.
Cassell formula il problema a proposito dei feromoni degli insetti sociali, e vale identico qui: «Un problema fondamentale per spiegare l’evoluzione delle comunicazioni […] è la sincronizzazione tra mittente e destinatario. Le informazioni del mittente devono essere ricevute e decodificate dal destinatario per avere lo stesso significato». E negli insetti «la genetica dell’invio e della ricezione dei feromoni [è] raramente collegata», risiedendo spesso su cromosomi diversi: se le basi genetiche dei due lati sono indipendenti, la probabilità che una modifica dell’una sia accompagnata dalla modifica complementare dell’altra è il prodotto di due probabilità piccole.
La struttura è la stessa del codice genetico, dove la corrispondenza fra triplette e amminoacidi è fissata da una famiglia di enzimi dedicati e modificare un lato senza l’altro corrompe l’intero proteoma; la trattazione è nel modulo L’enigma dell’origine dell’informazione biologica e non la ripetiamo. Che la stessa architettura logica ricompaia a un livello del tutto diverso, comportamentale anziché molecolare, è essa stessa un dato da spiegare. È l’equivalente comunicativo della complessità irriducibile.
6. Le correzioni: vento, deriva e un sole che non sta fermo
La deriva laterale. Con vento al traverso, un’ape che tenga la prua sul bersaglio viene spostata di lato; per volare dritta deve inclinare la prua controvento, e allora rotta effettiva e asse corporeo puntano in direzioni diverse. Von Frisch verificò che in queste condizioni la danza indica la direzione reale del bersaglio, non quella tenuta dal corpo in volo: il sistema non registra l’orientamento sperimentato, calcola e comunica il risultato geometrico corretto. Lo stesso vale per la deviazione: costrette ad aggirare un ostacolo, al ritorno le api danzavano la linea retta, non il percorso a L che avevano volato.
Il vento frontale. Qui la soluzione è a monte. Un odometro basato sul consumo energetico o sul tempo di volo sarebbe falsato da qualunque vento: con vento contrario l’ape spende e impiega di più per la stessa distanza, e segnalerebbe un bersaglio più lontano di quanto è. Un odometro a flusso ottico misura invece la distanza al suolo, che è esattamente ciò di cui le reclute hanno bisogno. La scelta della grandezza da integrare elimina alla radice una classe di errori: il genere di decisione che nei sistemi avionici si prende in fase di definizione dei requisiti.
Il sole che si sposta. Un’ape che abbia rilevato un bersaglio a mezzogiorno e danzi due ore dopo, ripetendo l’angolo memorizzato, sbaglierebbe di decine di gradi. Non accade: l’ape aggiorna l’angolo in funzione del tempo trascorso, pur essendo rimasta al buio senza vedere il cielo. Servono insieme un orologio interno, una funzione che leghi ora del giorno e azimut, e un meccanismo che applichi la correzione al segnale in uscita. La seconda è la più delicata, perché la velocità apparente del sole non è costante: dipende da ora, latitudine e stagione. Fred Dyer e Jeffrey Dickinson hanno mostrato che le api giovani partono da un’approssimazione grossolana innata e la raffinano con l’esperienza. Non è apprendimento generico: è apprendimento vincolato che riempie i parametri di una struttura già data.
7. La sciamatura: un algoritmo distribuito, descritto come tale
Il secondo uso della danza non riguarda il cibo ma la casa, ed è la decisione più importante che una colonia prenda mai. Quando l’alveare è sovraffollato, circa metà delle operaie lascia il nido con la vecchia regina e si raccoglie in un grappolo su un ramo. Da lì deve scegliere, in poche ore o pochi giorni, una nuova cavità: se sbaglia, la colonia non supera l’inverno, e non c’è possibilità di ripensamento. Martin Lindauer descrisse per primo il processo negli anni Cinquanta; Thomas Seeley lo ha smontato passo per passo in trent’anni di lavoro, riassunti in Honeybee Democracy (2010). Conviene descriverlo come un protocollo distribuito, perché è quello che è.
- Esplorazione parallela. Alcune centinaia di api anziane ed esperte, una piccola frazione dello sciame, si disperdono su molti chilometri quadrati in cerca di cavità. Nessuno assegna i settori.
- Valutazione locale multi-criterio. Chi trova una cavità la ispeziona per minuti: Seeley ha misurato che ne valuta almeno volume interno, area dell’ingresso, altezza dal suolo, esposizione e presenza di favi vecchi, ricavandone un giudizio scalare.
- Pubblicazione ponderata. Torna sul grappolo e danza: angolo e durata dicono dove, il numero di ripetizioni è proporzionale alla qualità stimata.
- Decadimento del sostegno. A ogni ritorno successivo dallo stesso sito l’esploratrice riduce le corse di una quantità circa costante, fino a smettere: nessuna ape resta indefinitamente fedele alla propria candidatura. Un sito mediocre esaurisce il sostegno in poche visite; uno eccellente ha abbastanza corse da bruciare per restare in gioco, e intanto recluta.
- Valutazione indipendente delle reclute. Un’ape reclutata vola al sito e lo giudica da sé, poi danza secondo la propria valutazione, non secondo l’entusiasmo di chi l’ha reclutata. Questo taglia la retroazione positiva pura che porterebbe a cristallizzarsi su un’opzione arbitraria: l’errore tipico dei sistemi che imitano invece di misurare.
- Quorum, non maggioranza. La decisione non si prende contando i sostenitori sul grappolo, ma al sito: quando le api simultaneamente presenti in una cavità superano una soglia dell’ordine di qualche decina — isolata sperimentalmente da Seeley e Kirk Visscher nel 2004 — passano allo stato successivo. Un quorum locale è un’informazione che ogni ape rileva da sola, senza accesso allo stato globale del sistema.
- Inibizione incrociata. Se due siti restano in competizione entra in gioco il segnale di stop, un impulso vibratorio con cui le esploratrici di un sito inibiscono le danzatrici dell’altro. Nel 2012, su Science, Seeley e collaboratori hanno mostrato che ne risulta un’inibizione incrociata formalmente analoga a quella dei circuiti neurali dei primati, che garantisce che una decisione venga presa e non resti in stallo.
- Esecuzione sincronizzata. Raggiunto il quorum, le api producono il segnale di piping, che ordina allo sciame di riscaldare i muscoli di volo, e poi le corse che lanciano il decollo. Diecimila animali si alzano in pochi secondi verso una cavità che quasi nessuno di loro ha mai visto.
Il risultato è buono: offrendo a uno sciame cinque cassette di qualità diversa, Seeley e Susannah Buhrman hanno riscontrato che sceglie la migliore nella netta maggioranza dei casi. È l’implementazione biologica di quella che gli informatici chiamano regola best-of-N. Eppure nessuna ape ha una rappresentazione dell’insieme delle alternative, e quasi nessuna ne visita più di una. Come osservano Bert Hölldobler ed Edward Wilson a proposito delle formiche, citati da Cassell, «nel cervello di una formica operaia non c’è nulla che rappresenti un progetto dell’ordine sociale».
Si dirà che allora si tratta di auto-organizzazione, e che regole semplici bastano. Ma, come nota Cassell, «il termine auto-organizzazione è solo una copertura per la parte della spiegazione priva di contenuto, senza alcun meccanismo identificato»: descrive che cosa succede, non da dove vengano le regole. Che siano semplici da eseguire non implica che l’insieme sia semplice da specificare. Tasso di decadimento delle corse, soglia di quorum, guadagno dell’inibizione incrociata sono parametri di un sistema a retroazione, e devono stare insieme in un intervallo ristretto perché la decisione converga in tempo utile senza oscillare né bloccarsi. Togliete il decadimento, o fate imitare le reclute invece di farle valutare, e lo sciame converge sull’opzione sbagliata o non converge affatto. È qui che sta il contenuto informativo del progetto.
8. Un milligrammo di cervello
Il cervello di un’ape mellifera pesa attorno a un milligrammo e occupa meno di un millimetro cubo: come nota Cassell, un migliaio di questi cervelli non riempirebbero un centimetro cubo. Contiene circa 950.000 neuroni, contro gli ottantacinque miliardi circa di un essere umano. Un dettaglio sconsiglia le equazioni facili fra volume e capacità: lo studio di Stefanie Mares, Lesley Ash e Wulfila Gronenberg mostra che l’ape mellifera ha un cervello di volume pari a circa metà di quello di un bombo, e un repertorio comportamentale più ampio.
In quel millimetro cubo girano insieme, non in sequenza, il controllo del volo, la visione a colori e la sensibilità alla luce polarizzata, l’olfatto con apprendimento a prova singola, l’orologio circadiano, l’effemeride solare, l’odometro a flusso ottico, l’integratore di percorso, il codificatore e il decodificatore della danza, la memoria dei siti di bottinatura con le rispettive finestre orarie e la termoregolazione sociale.
Il confronto con i sistemi artificiali va fatto con onestà. Un drone autonomo che debba fare odometria visiva, integrazione di percorso, riconoscimento del bersaglio e coordinamento con altri droni richiede oggi un calcolatore da miliardi di transistor, watt di alimentazione e decine di grammi di massa, e in ambienti disordinati resta meno robusto di un insetto. Ma il paragone diretto inganna: un calcolatore digitale è general-purpose, l’ape è specializzata. Il confronto onesto è un altro, e più forte: non stupisce la potenza di calcolo, stupisce la densità di specifica. Il problema difficile non è far girare quegli algoritmi, è farceli stare, e farli funzionare al primo tentativo, senza collaudo, in ogni individuo di ogni generazione.
Quanto sia difficile anche solo capire un cervello di questa taglia lo dice un dato recente: il primo connettoma completo di un insetto adulto, quello del moscerino della frutta pubblicato nel 2024 dal consorzio FlyWire, ha richiesto anni di ricostruzione per circa 140.000 neuroni e oltre cinquanta milioni di sinapsi. L’ape ne ha quasi sette volte tanti, e un suo connettoma non esiste. Andrew Barron e Jenny Plath, in una rassegna del 2017, sono espliciti: «sappiamo ancora molto poco sui meccanismi neurobiologici che supportano la produzione e l’interpretazione delle danze».
9. Dialetti e altre specie: il confronto comparativo, onestamente
Il genere Apis comprende una decina di specie, e non tutte danzano allo stesso modo. È il materiale empirico più rilevante per la questione dell’origine, e va presentato per intero, comprese le parti che favoriscono la spiegazione gradualista.
I dialetti dentro la specie. Von Frisch e Lindauer documentarono che razze geografiche diverse di Apis mellifera — la carnica, la ligustica italiana, la mellifera nordeuropea — usano calibrazioni diverse del rapporto fra durata e distanza: la stessa corsa significa distanze diverse. In colonie miste le api commettono errori sistematici e prevedibili, ma la colonia continua a funzionare.
Le differenze fra specie. Le api nane tropicali (Apis florea, Apis andreniformis) costruiscono un unico favo all’aperto con la superficie superiore quasi orizzontale, e lì danzano in orizzontale, sotto il cielo, puntando direttamente verso la fonte: nessuna trasposizione, segnale iconico. Da qui la tesi, riportata da Cassell e proposta a suo tempo da Lindauer, che la danza delle api temperate — che nidificano in cavità buie su favi verticali — derivi per via incrementale da una condizione ancestrale simile. Va detto con chiarezza: le filogenesi molecolari collocano davvero le api nane come primo gruppo a separarsi dentro il genere Apis, e chi sostiene la spiegazione graduale non sta inventando una serie. Si aggiunga che nel 2008 Shaowu Su, Jürgen Tautz e colleghi hanno allevato in una colonia mista api europee (Apis mellifera) e asiatiche (Apis cerana): dopo qualche tempo, le bottinatrici di ciascuna specie sapevano usare le danze dell’altra.
Che cosa dimostra e che cosa no. La serie dimostra due cose reali: che il sistema ammette varianti funzionanti e che alcune sono più semplici di altre. È un argomento legittimo contro la versione rigida della tesi «qualunque modifica è letale». Quello che non fornisce è una scala di precursori. Le api nane hanno il sistema completo — odometro, memoria vettoriale, valutazione della qualità, ricevente che decodifica — con un solo modulo in meno, la trasposizione, che è per di più il più facile: una traduzione fra riferimenti, non la misura né la lettura. La domanda difficile resta intatta a monte di tutta la serie: da dove viene, in qualunque specie di Apis, l’accoppiata fra un emittente che misura e converte e un ricevente che riconverte? Il confronto fra specie spiega la variazione di un tema; non spiega il tema.
Obiezioni
«I dialetti mostrano che il sistema è modificabile, e quindi evolvibile»
Nella forma forte: il fattore di conversione durata-distanza cambia fra razze e specie, e colonie miste funzionano lo stesso; dunque il codice non è un blocco monolitico in cui ogni variazione è letale, ma un sistema tollerante con parametri che variano, e se variano la selezione può lavorarci sopra. La concessione è dovuta: l’obiezione è corretta contro la versione rigida della tesi. Un’ape ligustica in una colonia carnica non manda le compagne nel nulla, le manda un po’ più in là; il decodificatore ha una tolleranza, e la ricerca locale con l’olfatto assorbe il resto dell’errore. Chi sostiene che qualunque mutazione del codice sia immediatamente fatale afferma più di quanto i dati permettano.
Ma la conclusione non segue. Quello che varia fra i dialetti è il valore di un parametro dentro un’architettura identica: tutti usano la durata per la distanza, l’angolo rispetto alla gravità per l’angolo rispetto al sole, l’intensità per la qualità. Cambia la costante di taratura, non la tabella delle corrispondenze. È la differenza fra due apparati che trasmettono nello stesso protocollo a velocità diverse e due apparati che usano protocolli diversi: i primi si capiscono male, i secondi non si capiscono affatto. Dimostrare che un termostato si può regolare non spiega da dove viene il termostato.
«La danza deriva da movimenti di volo ritualizzati: ecco il precursore»
È l’obiezione più seria del gruppo. Nella forma migliore: un’ape che sta per ripartire compie, prima del decollo, movimenti preparatori orientati nella direzione in cui volerà — i movimenti d’intenzione — e una compagna a contatto ne coglie l’orientamento. Ecco un segnale direzionale che nasce gratis, come sottoprodotto meccanico, senza alcuna convenzione; da lì la ritualizzazione, cioè la stereotipizzazione progressiva di un movimento funzionale trasformato in segnale, può fare il resto, e le api nane sarebbero un residuo di quello stadio. La struttura dell’argomento è quella della cooptazione, e qui ha appigli empirici migliori che altrove.
Il limite è che l’argomento identifica un precursore per la parte facile e tace sulla parte difficile. Un movimento ritualizzato spiega al massimo come nasca un gesto orientato. Non spiega l’odometro a flusso ottico, né la codifica temporale della distanza nella durata di una corsa — la durata di un movimento preparatorio non è correlata alla distanza percorsa — né l’effemeride solare, né la trasposizione gravitazionale. Soprattutto non spiega il ricevente: un gesto comunica solo se dall’altra parte c’è un sistema nervoso che lo misura e lo interpreta. Ajayrama Kumaraswamy e colleghi, nel 2019, hanno identificato un interneurone dell’ape che risponde specificamente ai segnali vibratori della danza e matura nelle settimane dopo lo sfarfallamento: struttura dedicata al compito, non riuso di un circuito generico.
Va segnalato anche il limite del nostro argomento, per non praticare la scorciatoia che rimproveriamo. Che oggi non esista un percorso dettagliato non equivale a una dimostrazione di impossibilità: quando Cassell scrive che «non c’è nulla che si avvicini a una proposta dettagliata, credibile o meno», constata lo stato della letteratura, non dimostra un teorema. La deduzione del disegno intelligente è qui comparativa, non dimostrativa: fra le cause di cui abbiamo esperienza diretta, l’unica che produca sistemi in cui un codificatore e un decodificatore condividono una convenzione arbitraria è l’attività di un agente intelligente. È un’inferenza alla migliore spiegazione fra quelle disponibili, rivedibile se qualcuno esibisce un percorso naturale dettagliato.
«Anche le api apprendono, quindi non è tutto innato»
Anche questa obiezione ha una base solida. Le api apprendono moltissimo: riconoscono odori floreali dopo una sola esperienza, con affidabilità intorno al novanta per cento; imparano forma, colore e posizione dei fiori associandoli al nettare; imparano in quale finestra oraria ciascuna specie produce nettare; imparano il paesaggio attorno all’alveare; raffinano l’effemeride solare con l’esperienza. Quanto alla danza, Cassell riporta che la capacità di interpretarla non è disponibile alla nascita: si sviluppa in circa una settimana dopo lo sfarfallamento, con cambiamenti elettrofisiologici misurabili nei neuroni.
Ma come confutazione prova troppo poco. Primo: l’apprendimento delle api è a dominio ristretto. Negli insetti le associazioni si formano quasi solo entro finestre di pochi secondi e su categorie di stimoli biologicamente pertinenti: non è capacità generale di apprendere, è un insieme di dispositivi preconfigurati. Secondo: un sistema di apprendimento vincolato richiede più programma, non meno, perché va specificato che cosa si apprende, quali stimoli contano, con quale regola aggiornare ed entro quali limiti. L’apprendimento programmato non è un’alternativa al programma: è programma.
Terzo, ed è il punto: si apprendono i contenuti, non la convenzione. L’ape giovane matura la capacità di decodificare la danza, ma non impara che l’angolo significa direzione: nessuno glielo insegna, non c’è correzione dell’errore né alcun esempio etichettato. Matura un decodificatore che applica una regola già data, e quella regola deve essere la stessa che il codificatore delle compagne applica in senso inverso. L’apprendimento sposta il problema di un passo: bisogna spiegare l’origine dell’apprenditore.
«Chiamarlo linguaggio è una forzatura»
Vero, ed è opportuno concederlo apertamente. La danza dell’addome non è un linguaggio nel senso in cui lo è una lingua umana. Non ha sintassi, non ha ricorsione, non ha negazione né interrogazione, e non ha vocabolario aperto: il repertorio dei referenti è chiuso, direzione e distanza di una risorsa con la qualità come modulazione. Il sistema non si trasmette culturalmente e nessuna ape ne ha mai inventato un pezzo nuovo. Va però registrato che il termine è entrato nella letteratura come termine tecnico, dal Tanzsprache di von Frisch in poi, e che i biologi che lo usano non intendono ciò che intende un linguista.
Soprattutto, l’argomento di questo modulo non dipende dalla parola: si può chiamarlo codice, protocollo, schema di codifica. Le proprietà che contano restano tre — la corrispondenza fra segnale e significato è arbitraria, il riferimento è spostato nello spazio e nel tempo, il sistema richiede un codificatore e un decodificatore che condividano la stessa convenzione — e nessuna richiede il termine «linguaggio». Un termostato non è un cervello, ma resta un dispositivo di controllo a retroazione; allo stesso modo la danza non è una lingua, ma resta un codice.
Concetti chiave
- La danza dell’addome è un codice, non un riflesso. L’angolo rispetto alla verticale codifica l’angolo rispetto al sole, la durata codifica la distanza, l’intensità codifica la qualità. Nessuna corrispondenza è imposta dalla fisica: sono convenzionali, e l’arbitrarietà è la firma distintiva di un codice.
- La controversia sul reclutamento è stata risolta sperimentalmente, e i critici avevano parzialmente ragione. Il disallineamento di Gould, l’ape robot di Michelsen e il radar di Riley e Menzel hanno dimostrato che le reclute usano l’informazione geometrica. Ma Wenner ha lasciato un’eredità corretta: il vettore porta l’ape nell’intorno del bersaglio, l’olfatto fa il resto.
- Un codice richiede insieme un codificatore e un decodificatore che condividano la stessa convenzione. Una modifica su un solo lato non produce un individuo silenzioso, ma un individuo che manda le compagne nel posto sbagliato. Nei sistemi di comunicazione degli insetti le basi genetiche dei due lati sono spesso indipendenti.
- Il sistema contiene compensazioni che nessun progettista potrebbe omettere. La danza indica la direzione vera del bersaglio e non la prua tenuta con vento al traverso, la linea retta e non il percorso deviato; l’angolo viene aggiornato per il moto del sole durante le ore passate al buio; l’odometro a flusso ottico rende la misura di distanza immune al vento.
- La sciamatura è un algoritmo distribuito con una struttura riconoscibile. Esplorazione parallela, valutazione multi-criterio locale, pubblicazione proporzionale alla qualità, decadimento del sostegno, valutazione indipendente delle reclute, decisione a quorum, inibizione incrociata contro lo stallo. La complessità non sparisce nella semplicità delle regole: si sposta nella loro specifica e nella taratura dei parametri.
- Il confronto comparativo fra specie di Apis è reale e va concesso. Le api nane danzano in orizzontale puntando alla fonte, senza trasposizione, e la filogenesi le colloca alla base del genere. Ma la serie mostra varianti di un sistema completo, non precursori: anche l’ape nana ha già odometro, memoria vettoriale, valutazione della qualità e riceventi capaci di decodificare.
- Il problema non è la potenza di calcolo, è la densità di specifica. Tutto questo gira in meno di un millimetro cubo con circa 950.000 neuroni, insieme al volo, alla visione, all’olfatto e alla termoregolazione sociale. Il connettoma completo di un insetto con un settimo di quei neuroni è stato ricostruito solo nel 2024.
Per approfondire
- L’enigma dell’origine dell’informazione biologica — il codice a due lati nella sua forma molecolare: perché la corrispondenza fra triplette e amminoacidi pone la stessa difficoltà logica della danza.
- Complessità specificata — che cosa distingue formalmente una sequenza informativa da una configurazione casuale o da un ordine ripetitivo.
- Perché la complessità irriducibile è un problema per il darwinismo — le parti che non funzionano separatamente, di cui l’accoppiata emittente-ricevente è la versione comunicativa.
- Le risposte dei critici: cooptazione ed exaptation — la struttura logica dell’obiezione sulla ritualizzazione, nel contesto in cui è nata.
- Cosa può e cosa non può fare la selezione naturale — perché tarare un parametro esistente è molto più facile che produrre l’architettura che quel parametro presuppone.
- I limiti degli algoritmi evolutivi — che cosa succede quando si prova a far emergere algoritmi di questo tipo con la ricerca casuale al calcolatore.
Riferimenti
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