Il Big Bang: le prove della storia dell’universo

In breve
L’universo non è sempre stato come lo vediamo oggi. Gli astronomi hanno trovato tracce di un passato molto caldo: una luce antichissima, elementi chimici formati nei primi minuti e piccole variazioni da cui sarebbero nate le galassie. Vediamo come queste prove sono state scoperte.

Percorso Universo — Modulo 2 di 17
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Indice: Guida alla lettura

1. Un universo con una storia: che cosa significa davvero «Big Bang»

Nel Modulo 1 — Come abbiamo scoperto che l’universo si espande abbiamo seguito la strada percorsa dagli astronomi per capire che le distanze tra le galassie, su grande scala, aumentano nel tempo. Questa scoperta non descriveva ancora l’intera storia dell’universo. Suggeriva però una domanda decisiva: se oggi lo spazio si espande, com’erano le condizioni cosmiche in passato?

Immaginiamo un film che mostri l’evoluzione di una grande regione di universo. Facendolo scorrere all’indietro, le distanze fra le galassie diminuiscono. La materia occupa mediamente un volume minore e la radiazione diventa più energetica. Non è semplicemente un viaggio verso un cielo più affollato di stelle. Andando abbastanza indietro, incontriamo epoche in cui le stelle non esistevano ancora, e prima ancora condizioni nelle quali non potevano esistere neppure gli atomi come li conosciamo.

Questo quadro è il modello del Big Bang caldo. La parola «modello» significa una descrizione matematica della natura che permette di ricavare risultati da confrontare con le osservazioni. Il Big Bang, in questa accezione, non è l’immagine di una bomba che esplode dentro un immenso spazio vuoto. È la ricostruzione di un universo che attraversa stati fisici diversi mentre lo spazio si espande e la temperatura media diminuisce.

Non bisogna confondere due questioni. La prima è se l’universo osservabile sia passato attraverso una fase molto calda e densa. È una questione scientifica sulla quale disponiamo di prove solide. La seconda è se quello stato coincida con l’inizio assoluto di tutto ciò che esiste. È una domanda più ampia: richiede di discutere i limiti della relatività generale, la possibile fisica quantistica della gravità e le diverse interpretazioni dell’origine. La affronteremo nel Modulo 3, non in questo articolo.

Per verificare il Big Bang caldo non basta dire che «tutto era più vicino». Servono conseguenze riconoscibili oggi. Se il cosmo ha attraversato determinate temperature, la fisica prevede che alcuni nuclei atomici siano stati prodotti in quantità particolari. Se la materia era immersa in una radiazione intensa, una parte di quella luce dovrebbe essere ancora presente, anche se fortemente raffreddata. Se esistevano piccolissime differenze di densità, dovremmo poter leggere le loro tracce in quella radiazione e nelle strutture cosmiche attuali.

Sono queste le prove che esamineremo. La loro forza non dipende da un’immagine spettacolare o da un’unica scoperta: deriva dal fatto che fenomeni osservati con strumenti differenti compongono una storia fisica coerente.

Il punto. Il Big Bang caldo è una ricostruzione verificabile della storia termica dell’universo, non una fotografia del presunto istante in cui tutto sarebbe cominciato.

2. Come si osserva un passato che nessuno ha vissuto

La cosmologia studia un passato lontanissimo senza poter costruire un secondo universo in laboratorio. Questo limite non la rende una disciplina affidata soltanto all’immaginazione. Anche la geologia ricostruisce la storia della Terra attraverso rocce, isotopi e fossili; la cosmologia utilizza luce, composizione della materia e distribuzione delle galassie. Il lavoro consiste nel ricavare da questi segnali ciò che accadeva quando furono prodotti.

Le analisi della collaborazione Planck collocano l’età dell’universo intorno a 13,8 miliardi di anni, nel quadro del modello cosmologico standard adottato per interpretare i dati. Non si tratta di una data letta direttamente da un orologio cosmico: è un valore ricavato combinando osservazioni e ipotesi matematiche sull’evoluzione dell’espansione.

La luce impiega tempo a viaggiare. Guardare una galassia molto distante significa ricevere fotoni — particelle di luce — emessi miliardi di anni fa. Gli astronomi non osservano quindi tutte le galassie nello stesso momento della loro storia. Vedono oggetti vicini in epoche relativamente recenti e oggetti lontani quando l’universo era più giovane. È come consultare un archivio nel quale le pagine più antiche sono anche quelle più remote.

Per stabilire a quale epoca appartiene la luce ricevuta, un’informazione importante è il redshift, o spostamento verso il rosso. Le righe riconoscibili degli elementi chimici appaiono a lunghezze d’onda maggiori rispetto a quelle misurate in laboratorio. Una componente rilevante di questo spostamento è dovuta al fatto che, durante il viaggio, lo spazio si è espanso e ha allungato la luce. Il redshift si indica con la lettera z: valori più elevati corrispondono, nel quadro cosmologico standard, a epoche generalmente più antiche.

Non è corretto però interpretare ogni redshift come una semplice «velocità di fuga» oppure convertire automaticamente z in un’età senza adottare un modello. Per risalire al tempo trascorso bisogna conoscere, o stimare, come sia cambiato il ritmo dell’espansione. Le distanze cosmiche, la densità di materia e l’eventuale effetto dell’energia oscura entrano nel calcolo.

Un vantaggio decisivo deriva dall’uso combinato di osservazioni diverse. I telescopi ottici e infrarossi osservano stelle e galassie; le antenne radio raccolgono segnali invisibili ai nostri occhi; gli strumenti per le microonde misurano una radiazione diffusa che riempie il cielo. Gli spettroscopi separano la luce nelle sue diverse lunghezze d’onda. Ciascuno strumento risponde a domande proprie, ma i risultati possono essere confrontati.

Così possiamo mettere alla prova la storia cosmica su più livelli: che cosa esisteva, quanta energia possedeva la radiazione, quali elementi erano presenti e come erano distribuite le piccole irregolarità della materia. Non conosciamo direttamente ogni istante del passato; tuttavia non siamo liberi di immaginare qualsiasi passato. Le osservazioni ci impongono vincoli precisi.

Il punto. Osservare l’universo lontano significa studiare epoche antiche. La ricostruzione diventa affidabile quando segnali indipendenti concordano.

3. Perché l’universo doveva essere più caldo

Nella vita quotidiana sappiamo che un gas può raffreddarsi quando si espande. Nel cosmo il fenomeno è più complesso, ma l’idea generale aiuta: in una fase di espansione, la materia si diluisce e la luce presente nello spazio aumenta la propria lunghezza d’onda, perdendo energia.

La luce è una forma di radiazione elettromagnetica. Onde radio, microonde, infrarossi, luce visibile e raggi X appartengono alla stessa famiglia; cambiano la lunghezza d’onda e l’energia. Più è corta la lunghezza d’onda di un fotone, maggiore è la sua energia. Se l’espansione cosmica allunga l’onda, la sua energia diminuisce. In un universo primordiale nel quale radiazione e materia erano in equilibrio termico, la diminuzione di energia si accompagna a una diminuzione della temperatura.

Per descrivere questo raffreddamento i cosmologi usano il fattore di scala: una grandezza che rappresenta quanto sono cresciute, mediamente, le distanze cosmiche. In una fase di espansione regolare, la temperatura della radiazione fossile varia all’incirca in proporzione inversa al fattore di scala. Ciò significa che, quando la dimensione caratteristica dello spazio era mille volte minore rispetto a oggi, la radiazione di fondo aveva una temperatura circa mille volte maggiore.

Non stiamo parlando di un termometro collocato accanto a una stella. La temperatura qui descrive il comportamento collettivo della radiazione diffusa nello spazio. Quando materia e radiazione interagivano continuamente, si poteva parlare di un bagno termico quasi uniforme. Con l’espansione, la situazione è cambiata e la radiazione ha conservato memoria di quello stato.

Si può comprendere la differenza pensando alla superficie del Sole. La luce solare proviene da materia calda e possiede un particolare insieme di colori, o spettro. Un corpo più freddo emette prevalentemente radiazione a lunghezze d’onda maggiori. Per la radiazione cosmica, il punto cruciale è che la stessa distribuzione energetica, prodotta in un ambiente anticamente caldo, è stata spostata dall’espansione verso le microonde.

Questo fenomeno ha una conseguenza osservativa precisa. Non dovremmo trovare soltanto una debole luce uniforme; dovremmo trovare una distribuzione di intensità alle diverse frequenze che corrisponde, quasi perfettamente, a quella della radiazione termica. È una previsione molto più esigente della semplice esistenza di un rumore radio che arriva da tutte le direzioni.

Inoltre, la storia termica consente di calcolare in quali epoche potevano verificarsi reazioni nucleari, quando gli elettroni potevano unirsi ai nuclei e quando la luce avrebbe iniziato a percorrere distanze enormi senza essere continuamente deviata. Un solo principio fisico, il raffreddamento dell’universo in espansione, lega quindi molte osservazioni apparentemente diverse.

Il punto. Se lo spazio si espande, la radiazione cosmica perde energia. Il suo spettro odierno può conservare un’impronta misurabile delle condizioni termiche del passato.

4. Prima degli atomi: un universo opaco

Immaginiamo di cercare di vedere attraverso una nebbia fitta. La luce non scompare, ma viene diffusa continuamente dalle goccioline d’acqua. Per questo non riusciamo a distinguere un oggetto lontano. Qualcosa di analogo accadeva quando l’universo era molto caldo, sebbene il meccanismo fisico coinvolgesse particelle diverse.

Nei primi periodi descritti dalla cosmologia termica, la materia non era organizzata in stelle, pianeti o atomi stabili. La temperatura era troppo alta perché gli elettroni restassero legati stabilmente ai nuclei. La materia formava un plasma: una miscela di particelle cariche, come elettroni e nuclei atomici, insieme a un’enorme quantità di fotoni.

Gli elettroni liberi interagivano facilmente con la radiazione. I fotoni subivano innumerevoli diffusioni, cambiando direzione. L’universo non era «buio» perché mancava luce; al contrario, era pieno di luce, ma non era trasparente. Per questo l’espressione prima luce dell’universo va utilizzata con attenzione: la radiazione esisteva già, ma non poteva ancora propagarsi liberamente per distanze cosmiche.

Proseguendo nell’espansione, la temperatura diminuì. Circa 380.000 anni dopo l’inizio della fase calda descritta dal modello standard, la temperatura della materia e della radiazione era scesa fino a circa 3.000 kelvin. A quel punto elettroni e nuclei poterono unirsi stabilmente, formando soprattutto atomi neutri di idrogeno e di elio. Il processo è chiamato ricombinazione; il nome è storico, perché in questa fase molti elettroni non si erano mai trovati precedentemente negli stessi atomi stabili.

Scomparendo una parte enorme degli elettroni liberi, la radiazione smise di essere diffusa con la stessa frequenza. I fotoni iniziarono a viaggiare per distanze molto maggiori. Gli astronomi chiamano questo passaggio disaccoppiamento dei fotoni. Più precisamente, le immagini cosmiche che riceviamo oggi provengono da un intervallo di tempo e da una superficie ideale detta superficie di ultima diffusione: il luogo, diverso lungo ciascuna direzione di osservazione, dal quale la luce arrivata fino a noi ha subìto la sua ultima importante interazione con la materia.

L’età di 380.000 anni non è un orologio letto direttamente nel cielo. È una stima ricavata nel quadro del modello cosmologico standard, usando la temperatura della radiazione, le proprietà atomiche e i parametri dell’espansione. Le osservazioni sostengono fortemente il quadro fisico, mentre il valore temporale preciso dipende dalla ricostruzione adottata.

Qui compare una delle più grandi possibilità della cosmologia: possiamo osservare un segnale che risale a un’epoca precedente alle stelle. La luce non porta l’immagine di galassie già formate, ma informazioni sullo stato della materia quando l’universo era ancora quasi uniforme.

Il punto. Circa 380.000 anni dopo la fase iniziale calda, l’universo divenne trasparente alla radiazione fossile. È da quella fase che proviene la luce cosmica più antica osservabile direttamente.

5. George Gamow, Ralph Alpher e la previsione degli elementi leggeri

Perché oggi troviamo tanto idrogeno e tanto elio? È una domanda più profonda di quanto sembri. Le stelle producono elementi chimici attraverso reazioni nucleari, ma gli astronomi avevano già motivi per pensare che una parte delle abbondanze cosmiche non dipendesse semplicemente dalla vita delle stelle attuali. Se la materia dell’universo era stata molto calda e densa, forse le prime reazioni nucleari erano avvenute quando le stelle non esistevano ancora.

La costruzione di questa idea coinvolse soprattutto George Gamow, Ralph Alpher e Robert Herman. Gamow intuì che l’universo primordiale poteva costituire una sorta di laboratorio naturale di fisica nucleare. Alpher sviluppò calcoli quantitativi sulla produzione degli elementi. Herman contribuì in maniera decisiva alla descrizione dell’evoluzione termica e della radiazione fossile.

Nel 1948 apparve su Physical Review il celebre articolo «The Origin of Chemical Elements», firmato da Ralph Alpher, Hans Bethe e George Gamow. La presenza del nome di Bethe in quell’elenco ha anche una storia particolare: Gamow volle giocare con la somiglianza fra i cognomi Alpher, Bethe e Gamow e le prime tre lettere dell’alfabeto greco. La battuta non deve però nascondere il valore del lavoro effettivo di Alpher, il cui contributo scientifico fu centrale.

Gli studi di quegli anni non erano identici alla teoria attuale. I ricercatori inizialmente sperarono di spiegare con processi primordiali anche la produzione di molti elementi pesanti. Successivamente divenne chiaro che un universo che si espande e si raffredda così rapidamente non ha il tempo, né tutte le condizioni nucleari necessarie, per costruire in grande quantità carbonio, ossigeno, ferro e molti altri elementi.

Questo non trasformò l’idea in un fallimento. La rese più precisa. Oggi distinguiamo le reazioni nucleari primordiali, che produssero soprattutto nuclei molto leggeri, dalle reazioni avvenute successivamente all’interno delle stelle e da altri processi astrofisici. Il carbonio e l’ossigeno saranno protagonisti dei moduli dedicati alle stelle e alla risonanza di Hoyle; qui ci concentriamo sull’origine cosmica dei nuclei più semplici.

La distinzione è importante anche per capire come lavora la scienza. Un’ipotesi iniziale può contenere idee fertili e particolari errati. I calcoli vengono raffinati, si introducono le misure aggiornate delle reazioni e si correggono le conclusioni. L’affidabilità del modello non deriva dall’infallibilità degli autori che lo hanno proposto, ma dalla capacità delle sue versioni mature di superare controlli sempre più precisi.

La nucleosintesi primordiale, spesso indicata con la sigla inglese BBN (Big Bang Nucleosynthesis), è oggi uno dei principali strumenti per verificare la storia dell’universo durante i suoi primi minuti. La sua forza consiste nel prevedere rapporti tra elementi che possono essere confrontati con abbondanze osservate miliardi di anni dopo.

Il punto. L’idea delle reazioni nucleari nei primi minuti dell’universo fu sviluppata da Gamow, Alpher e altri ricercatori. Le previsioni moderne riguardano soprattutto gli elementi più leggeri, non tutti gli elementi chimici.

6. I primi minuti: come si sono formati idrogeno, elio e deuterio

Per capire la nucleosintesi primordiale occorre conoscere una distinzione semplice. Un atomo contiene un nucleo e uno o più elettroni. Un nucleo atomico è formato da protoni e, nella maggior parte dei casi, neutroni. Quando si parla degli elementi prodotti nei primi minuti cosmici ci si riferisce principalmente ai nuclei; gli atomi neutri sarebbero diventati stabili molto più tardi.

Un protone costituisce il nucleo dell’idrogeno più comune. Il deuterio, chiamato anche idrogeno pesante, possiede invece un protone e un neutrone. L’elio-4 contiene due protoni e due neutroni. Esistono anche altre versioni degli elementi, dette isotopi, che hanno lo stesso numero di protoni ma un numero diverso di neutroni.

Quando la temperatura era estremamente elevata, protoni e neutroni non potevano mantenersi uniti a lungo in nuclei più complessi. Le collisioni con fotoni molto energetici tendevano a disgregare i legami appena formati. Il problema era particolarmente evidente per il deuterio: era necessario per costruire nuclei più pesanti, ma veniva facilmente distrutto dalla radiazione.

I fisici chiamano questa difficoltà collo di bottiglia del deuterio. Il termine rende bene l’idea: molte reazioni successive dipendevano dalla disponibilità di un nucleo iniziale relativamente fragile. L’espansione cosmica, facendo diminuire la temperatura, permise infine al deuterio di sopravvivere in quantità sufficiente. Le reazioni nucleari poterono allora procedere rapidamente verso l’elio e produrre tracce di altri nuclei leggeri.

La finestra di tempo utile durò soltanto alcuni minuti. Quando il cosmo si raffreddò ulteriormente, particelle e nuclei si muovevano mediamente con meno energia; inoltre la densità della materia diminuiva. La maggior parte delle reazioni necessarie alla costruzione di nuclei più pesanti divenne troppo lenta per incidere significativamente sulla composizione complessiva. Per questa ragione non si formò allora una grande quantità di carbonio o di ossigeno.

Una parte considerevole dei protoni rimase sotto forma di nuclei di idrogeno, mentre molti neutroni disponibili finirono legati nei nuclei di elio-4. Il risultato è una miscela cosmica dominata da idrogeno ed elio, con piccole quantità di deuterio, elio-3 e litio-7 o nuclei destinati a trasformarvisi.

Questa non è la descrizione di un esperimento in cui abbiamo riprodotto un universo in miniatura. È il risultato di un modello che combina leggi nucleari verificate in laboratorio, proprietà delle particelle e storia dell’espansione. Si possono controllare singole reazioni in acceleratori e laboratori; il comportamento collettivo su scala cosmica viene poi calcolato e confrontato con l’abbondanza degli elementi osservata dagli astronomi.

Qui appare già una caratteristica notevole: il modello non si limita a dire quali elementi esistono. Cerca di prevedere in quali quantità dovrebbero essere rimasti. Una previsione quantitativa è più difficile da adattare arbitrariamente ai dati, e quindi è molto più utile per mettere alla prova una teoria.

Il punto. Nei primi minuti si formarono soprattutto nuclei di idrogeno ed elio, con piccole tracce di altri nuclei leggeri. Il raffreddamento cosmico rese possibile la loro formazione e ne arrestò poi la produzione.

7. Le abbondanze primordiali: un controllo quantitativo, non un’impressione

Il risultato più noto della nucleosintesi primordiale riguarda l’elio-4. Nel quadro standard, circa un quarto della massa della materia ordinaria primordiale finì in nuclei di questo isotopo. È essenziale specificare che si parla di massa, non del numero di atomi: un nucleo di elio-4 è circa quattro volte più pesante di un nucleo di idrogeno. Dire che un quarto della massa è elio non significa quindi che un quarto degli atomi sia elio.

Il valore previsto non è un numero magico. Dipende, fra le altre cose, dal rapporto fra protoni e neutroni, dalla durata della loro disponibilità, dall’espansione e dalle proprietà delle interazioni nucleari e deboli. Cambiare questi ingredienti del modello può modificare il risultato. Per questo la nucleosintesi è anche uno strumento per controllare la fisica delle particelle nelle condizioni estreme dell’universo primordiale.

Come possiamo sapere quanto elio era presente prima della formazione delle stelle? Gli astronomi studiano, per esempio, regioni gassose povere di elementi pesanti, nelle quali l’elio prodotto da generazioni successive di stelle può aver alterato meno la composizione originaria. Dalla luce emessa dal gas ricavano le quantità relative degli elementi, tenendo conto della temperatura, della densità e dei processi che producono le righe spettrali. Non leggono la composizione originaria direttamente da un unico oggetto: la stimano attraverso osservazioni e correzioni.

Un altro controllo prezioso è il deuterio. Il suo rapporto con l’idrogeno si può stimare osservando nubi di gas lontane che assorbono parte della luce dei quasar, nuclei galattici molto luminosi. Queste nubi conservano, in alcuni casi, composizioni relativamente poco alterate dalle stelle. Le sottili differenze fra le righe di assorbimento dell’idrogeno comune e quelle del deuterio permettono di misurare il rapporto fra i due isotopi.

Il deuterio è particolarmente importante perché la sua abbondanza primordiale è sensibile alla densità di barioni, cioè alla quantità media di materia ordinaria costituita da protoni e neutroni. Nel quadro standard, aumentando tale densità, i nuclei si incontrano più facilmente e una maggiore frazione del deuterio viene trasformata in elementi successivi. Misurare il deuterio significa quindi restringere il campo dei valori possibili per una proprietà cosmica fondamentale.

Un controllo ancora più convincente nasce quando si confronta la densità barionica dedotta dal deuterio con quella ricavata, molti capitoli più tardi nella storia cosmica, dalle irregolarità della radiazione fossile. Sono osservazioni compiute su fenomeni fisici differenti: l’accordo dei risultati non è banale, pur dipendendo anche da ipotesi teoriche condivise. Mostra che la medesima ricostruzione cosmologica può collegare eventi separati da centinaia di migliaia di anni.

Non tutto, però, coincide perfettamente. La quantità di litio-7 prevista dalla nucleosintesi standard risulta, secondo confronti comunemente utilizzati, circa tre volte maggiore della quantità inferita dagli spettri di alcune vecchie stelle povere di metalli. È il problema del litio primordiale. Il dato osservato potrebbe risentire di modifiche del litio durante la vita delle stelle, di difficoltà nel ricostruire le abbondanze iniziali, oppure di aspetti della fisica nucleare o cosmologica ancora da chiarire.

Non sarebbe corretto presentare il problema come già risolto, né dire che annulla automaticamente le altre verifiche. La revisione scientifica del Particle Data Group discute esplicitamente questa discrepanza; allo stesso tempo, il deuterio e l’elio-4 conservano un accordo importante con le previsioni nelle condizioni dei modelli considerati.

Il valore scientifico di una teoria si vede anche nella possibilità di individuare anomalie precise. Un modello troppo vago potrebbe adattarsi a qualsiasi quantità di litio, elio o deuterio. Un modello quantitativo, invece, può riuscire bene su alcune misure e rivelare problemi ancora aperti su altre. Questo non elimina la necessità di continuare a controllarlo: rende più chiaro dove intervenire con nuove osservazioni ed esperimenti.

Il punto. Le abbondanze di elio e deuterio sostengono la nucleosintesi primordiale. Il litio-7 presenta una discrepanza reale che deve essere riconosciuta, senza confonderla con il bilancio complessivo delle prove.

8. Una previsione audace: la luce fossile di Alpher e Herman

La nucleosintesi non era l’unica conseguenza di un universo primordiale caldo. Se la materia e la luce erano state a lungo in un ambiente così energetico, la radiazione avrebbe dovuto lasciare una traccia diffusa, presente in ogni direzione del cielo. L’espansione avrebbe abbassato la sua temperatura apparente fino a valori molto piccoli, trasformando un’antica radiazione termica in un segnale osservabile con strumenti sensibili alle microonde.

Nel 1948 Ralph Alpher e Robert Herman svilupparono questa previsione in un lavoro sull’evoluzione dell’universo pubblicato su Nature. La temperatura stimata all’epoca fu dell’ordine di 5 kelvin, un valore approssimativo che dipendeva dalle conoscenze cosmologiche allora disponibili. Non coincise esattamente con la migliore misura moderna, ma era notevole l’idea di fondo: una radiazione termica antichissima doveva essere rimasta come conseguenza fisica di una fase cosmica calda.

Oggi dobbiamo evitare di raccontare quella previsione come se tutto fosse già stato determinato in ogni dettaglio nel 1948. I valori della densità cosmica e del tasso di espansione avevano incertezze molto grandi. Vi erano inoltre precedenti ricerche e stime sulla temperatura dello spazio. Il contributo di Alpher e Herman fu particolarmente importante per il collegamento esplicito fra la storia termica del cosmo e una radiazione residua misurabile.

La conseguenza poteva essere cercata con strumenti concreti. Le microonde sono onde elettromagnetiche più lunghe della luce visibile; sono invisibili ai nostri occhi ma possono essere rilevate con radiometri e antenne. Un radiometro misura la potenza della radiazione ricevuta. Per esprimere un segnale molto debole, gli astronomi possono associargli una temperatura di antenna, che traduce quella potenza nella temperatura equivalente di una sorgente termica.

Questa distinzione è importante per interpretare il celebre esperimento che arrivò nel 1965: la prima misura non fu una fotografia dell’universo a 380.000 anni né una misura immediata di tutte le proprietà della radiazione. Fu la rilevazione di un eccesso di segnale radio che restava dopo aver considerato le principali sorgenti note.

C’era una differenza sostanziale tra una luce prodotta da poche sorgenti astronomiche e una radiazione cosmica di fondo. Stelle, galassie e nubi producono segnali che dipendono dalla direzione e dalle loro proprietà. Una radiazione fossile di origine cosmica, invece, avrebbe dovuto essere quasi uniforme su tutto il cielo, almeno dopo aver sottratto gli effetti del movimento dell’osservatore e le emissioni locali.

Per questo una rivelazione credibile richiedeva di capire se il segnale provenisse dall’antenna, dall’atmosfera, dalla Via Lattea o da una componente realmente diffusa. È proprio la difficoltà affrontata dai protagonisti della scoperta.

Il punto. Alpher e Herman mostrarono che un universo inizialmente caldo avrebbe dovuto lasciare una radiazione termica residua. Questa previsione poteva essere verificata sperimentalmente.

9. Penzias e Wilson, 1965: il segnale che non scompariva

Nei laboratori Bell, nel New Jersey, Arno Penzias e Robert Wilson lavoravano con una grande antenna a forma di tromba, progettata per ricevere segnali debolissimi. Il loro obiettivo immediato non era fotografare la nascita dell’universo. Per interpretare correttamente i segnali radio dovevano capire quanta parte del rumore misurato provenisse dall’apparecchiatura e dall’ambiente circostante.

In una serie di misure compiute tra il 1964 e il 1965 osservarono un eccesso di temperatura d’antenna di circa 3,5 kelvin alla frequenza di 4.080 megahertz, ossia circa 4,08 gigahertz. Il dato compare nel loro articolo originale, A Measurement of Excess Antenna Temperature at 4080 Mc/s., pubblicato nel 1965 su The Astrophysical Journal. La temperatura citata rappresentava il segnale aggiuntivo rispetto alle sorgenti e ai contributi che avevano già considerato nel loro apparato: non va confusa con la successiva misura precisa di 2,725 kelvin dell’intero spettro della radiazione cosmica.

I ricercatori esaminarono diverse possibili origini del rumore: componenti elettroniche, emissioni atmosferiche, contributi della nostra galassia e condizioni dell’antenna. Diventarono famosi anche i controlli relativi alla presenza di uccelli e materiale lasciato nell’antenna. L’episodio è diventato quasi una leggenda scientifica, ma il punto decisivo non è l’aneddoto sui piccioni: è che l’eccesso di segnale continuava a presentarsi e non mostrava l’andamento atteso per molte spiegazioni locali.

Nello stesso periodo, a Princeton, Robert Dicke, James Peebles, Peter Roll e David Wilkinson stavano studiando proprio la possibilità di rilevare una radiazione cosmica termica. I due gruppi entrarono in contatto. Nel numero del luglio 1965 di The Astrophysical Journal apparvero due lavori affiancati: quello sperimentale di Penzias e Wilson e quello teorico di Dicke e collaboratori, intitolato Cosmic Black-Body Radiation.

È importante riconoscere la natura di questa convergenza. Da una parte c’era un segnale misurato con un radiometro; dall’altra un’interpretazione cosmologica basata sulla storia termica dell’universo. Le due cose non erano identiche. Proprio il loro incontro rese convincente l’idea di aver trovato la radiazione fossile attesa.

La scoperta non chiuse immediatamente tutte le discussioni cosmologiche. Restavano da misurare con grande precisione lo spettro della radiazione — cioè quanta energia arriva alle diverse frequenze — e le sue eventuali variazioni da una direzione all’altra. Una sorgente di rumore radio quasi uniforme, da sola, non dimostrava tutti i dettagli del Big Bang caldo.

Negli anni successivi arrivarono controlli sempre più accurati. I nuovi esperimenti dovevano rispondere a domande precise: la radiazione possiede la distribuzione di frequenze prevista per un corpo caldo? La sua temperatura è davvero quasi identica in tutte le direzioni? Esistono minuscole differenze coerenti con la futura formazione delle strutture cosmiche?

Penzias e Wilson avevano aperto una finestra decisiva. Sarebbero stati altri strumenti, costruiti specificamente per studiarla, a trasformare quella scoperta in una misurazione dettagliata della storia termica dell’universo.

Il punto. Nel 1965 Penzias e Wilson rilevarono un eccesso di radiazione a microonde. L’interpretazione cosmologica divenne convincente grazie al confronto con la previsione di un universo primordiale caldo.

10. COBE e lo spettro di corpo nero: una prova molto più precisa

Una delle caratteristiche fondamentali della radiazione termica è la forma dello spettro di corpo nero. Un corpo nero ideale assorbe la radiazione incidente e, quando è in equilibrio termico, emette energia con una distribuzione alle diverse frequenze determinata unicamente dalla temperatura. La legge matematica che descrive tale distribuzione fu formulata da Max Planck all’inizio del Novecento.

Per capire l’importanza di questo controllo possiamo immaginare di ricevere un suono sconosciuto. Scoprire che il suono proviene da tutte le direzioni non basta per identificarne la sorgente. Se però possiamo misurare con precisione l’intensità di ogni frequenza, otteniamo una firma molto più caratteristica. Nel caso della radiazione cosmica, non stiamo ascoltando un suono ma misurando fotoni di energie diverse.

Il satellite COBE, acronimo di Cosmic Background Explorer, fu lanciato dalla NASA nel 1989 per studiare la radiazione di fondo. A bordo aveva strumenti con funzioni differenti. Il FIRAS (Far-Infrared Absolute Spectrophotometer) misurava lo spettro della radiazione, confrontandolo con un riferimento termico di grande precisione. Il DMR (Differential Microwave Radiometer) era progettato per rilevarne piccolissime differenze di temperatura attraverso il cielo.

I risultati di FIRAS mostrarono che lo spettro della radiazione cosmica corrisponde con precisione straordinaria a quello di un corpo nero con temperatura di circa 2,725 kelvin, cioè circa −270,4 °C. Le differenze residue misurate rispetto alla curva termica risultarono estremamente piccole; nelle analisi del complesso dei dati COBE-FIRAS sono state riportate deviazioni quadratiche medie inferiori a circa 50 parti per milione dell’intensità massima dello spettro, entro le incertezze della misura.

Questi numeri si riferiscono a cose diverse e non vanno confusi. 2,725 K è la temperatura caratteristica della radiazione fossile; le 50 parti per milione esprimono quanto il profilo spettrale misurato si discosta dalla forma ideale, nel contesto dell’analisi e della calibrazione dello strumento. Non rappresentano la probabilità che il Big Bang sia vero e non sono la percentuale di universo «messo a punto».

Perché il risultato è tanto importante? Una radiazione prodotta da una vasta miscela di sorgenti cosmiche di età e temperature differenti non avrebbe necessariamente la stessa curva estremamente regolare. Il modello del Big Bang caldo, invece, prevede che la radiazione abbia raggiunto uno stato vicino all’equilibrio termico e che la successiva espansione ne abbia conservato sostanzialmente la forma, spostandola verso frequenze più basse.

La radiazione fossile non è quindi soltanto un segnale presente ovunque. La sua distribuzione energetica conserva le caratteristiche attese da una storia precisa. Il confronto fra previsione e osservazione è molto più forte della coincidenza fra un numero stimato nel 1948 e un valore misurato decenni dopo.

Anche qui servono distinzioni. Il risultato di FIRAS dimostra l’eccellente accordo dello spettro con una sorgente cosmica termica; non fotografa la singolarità iniziale né dice quale causa abbia stabilito le leggi fisiche. È una prova della storia termica dell’universo. Il fatto che tale storia sollevi domande sulle condizioni iniziali appartiene alla fase successiva dell’indagine.

Il punto. COBE ha misurato una radiazione cosmica dal profilo termico quasi perfetto. È una delle conferme più stringenti dell’esistenza di una fase primordiale calda.

11. Il cielo non è perfettamente uniforme: COBE, WMAP e Planck

Se la radiazione cosmica è quasi identica in tutte le direzioni, perché l’universo di oggi presenta galassie, ammassi e gigantesche regioni quasi vuote? Una distribuzione perfettamente uniforme della materia non offrirebbe, da sola, le irregolarità iniziali da cui far crescere le strutture osservate. Occorrono piccole differenze di densità, capaci di evolvere sotto l’azione della gravità.

Il DMR di COBE affrontò proprio questo problema. Nel 1992 il gruppo di George Smoot e collaboratori annunciò la presenza di debolissime differenze di temperatura nella radiazione cosmica, su grandi scale angolari. Dopo aver corretto il segnale dovuto al movimento del Sistema solare rispetto alla radiazione e altri contributi, emersero fluttuazioni caratteristiche dell’ordine di una parte su centomila rispetto alla temperatura media di circa 2,7 kelvin.

Che cosa significa concretamente? Una parte su centomila non è un’enorme differenza di calore. È una variazione relativa piccolissima. La possibilità di riconoscerla richiese strumenti molto stabili, confronti ripetuti e una rigorosa sottrazione delle emissioni provenienti dalla Via Lattea. L’osservazione era importante perché mostrava che il plasma primordiale non era uniforme in ogni dettaglio.

Queste differenze sono dette anisotropie. Il termine significa che una grandezza varia leggermente secondo la direzione in cui viene misurata. Le mappe colorate della radiazione cosmica non mostrano quindi zone attualmente incandescenti accanto a zone gelate. Utilizzano colori artificiali per rendere visibili variazioni minime della temperatura intorno a un valore medio quasi identico ovunque.

Dopo COBE arrivò la sonda americana WMAP, e successivamente la missione europea Planck, che raccolse osservazioni ancora più dettagliate. Gli strumenti permisero di studiare le fluttuazioni su scale angolari più piccole e di misurare, oltre alla temperatura, anche parte della polarizzazione della radiazione. La polarizzazione descrive l’orientamento delle oscillazioni del campo elettromagnetico e conserva informazioni sulle interazioni fra fotoni e particelle nel plasma primordiale.

Le mappe mostrano che il cielo era quasi uniforme, ma non identico punto per punto. I fisici interpretano una parte delle differenze come impronte di piccole variazioni della densità e della velocità della materia e della radiazione prima del disaccoppiamento. Nel corso di miliardi di anni, la gravità ha amplificato molte irregolarità, contribuendo alla formazione di galassie e ammassi.

Dire che le macchie sulla mappa «sono le galassie future» è una semplificazione didattica. Le strutture attuali non sono riproduzioni dirette di quelle zone colorate: la loro crescita dipende dalla materia oscura, dall’espansione, dalle interazioni della materia ordinaria e da processi astrofisici successivi. Il nesso viene ricostruito con modelli dinamici e controllato attraverso osservazioni della distribuzione cosmica delle galassie.

La forza della prova è che le irregolarità osservate hanno una struttura statistica specifica. Non basta trovarle: conta la loro intensità media alle diverse dimensioni angolari. È come distinguere una superficie liscia, una superficie rugosa con piccoli granelli e una con grandi ondulazioni. La distribuzione delle ondulazioni contiene informazioni sulla fisica che le ha prodotte.

Il punto. COBE ha scoperto piccole anisotropie della radiazione cosmica; WMAP e Planck le hanno misurate molto meglio. Queste variazioni aiutano a ricostruire l’origine delle strutture cosmiche.

12. Le onde nel plasma: perché i dettagli delle mappe contano

La radiazione cosmica contiene informazioni ancora più ricche della sua temperatura media. Prima che l’universo diventasse trasparente, materia e fotoni erano strettamente collegati. La gravità tendeva ad addensare il materiale nelle zone leggermente più dense, mentre la pressione della radiazione contrastava la compressione. L’alternanza fra queste tendenze poteva produrre oscillazioni nel plasma primordiale.

Gli scienziati le chiamano oscillazioni acustiche, perché sono analoghe, in un certo senso, alle compressioni e rarefazioni che trasportano il suono in un mezzo. Non dobbiamo immaginare di poter udire un rumore cosmico: il termine descrive l’evoluzione di perturbazioni fisiche in una miscela di materia e radiazione. Le onde lasciarono impronte misurabili quando i fotoni iniziarono a viaggiare liberamente.

Se si analizza la mappa della radiazione fossile contando la forza delle variazioni alle diverse dimensioni angolari, si ottiene uno spettro di potenza angolare. È un grafico che indica quali scale della mappa presentano fluttuazioni più intense. Nei dati emergono una serie di massimi e minimi, spesso detti picchi acustici, che il modello cosmologico collega al comportamento oscillatorio del plasma iniziale.

Questi picchi non servono soltanto a produrre un bel grafico. La loro posizione e la loro altezza relativa dipendono da vari aspetti della fisica cosmica, tra cui la densità della materia ordinaria, la quantità di materia oscura non ordinaria, le proprietà della radiazione e la geometria cosmica. È per questo che misure come quelle della collaborazione Planck permettono di stimare parametri del modello standard con grande precisione.

Per esempio, le analisi finali di Planck, pubblicate in un articolo scientifico del 2020 sui dati raccolti fino al 2018, riportano per il modello standard a sei parametri una densità fisica di materia ordinaria indicata dalla combinazione Ω_b h² = 0,0224 ± 0,0001. Questa notazione non è una percentuale di atomi contati nel cielo. È un parametro cosmologico adimensionale, stimato adattando un modello fisico alle misure della radiazione; l’errore indicato descrive l’incertezza statistica riportata dagli autori nel quadro di quel modello.

La cosa più istruttiva non è imparare a memoria il numero. È capire che i parametri ricavati dall’analisi della radiazione possono essere confrontati con quelli ottenuti da osservazioni completamente diverse, come le abbondanze del deuterio primordiale. L’accordo fra questi risultati sostiene la coerenza della ricostruzione cosmica.

Una traccia collegata alle stesse oscillazioni compare anche nella distribuzione delle galassie, attraverso un fenomeno chiamato BAO, dalle iniziali inglesi di Baryon Acoustic Oscillations. Gli astronomi studiano moltissime galassie e osservano una scala caratteristica nelle loro separazioni statistiche. Essa viene interpretata come l’impronta lasciata dalle onde del plasma antico nella materia che, in seguito, avrebbe formato le strutture.

Progetti come DESI misurano queste tracce in vaste regioni dell’universo. I risultati aiutano a ricostruire come è variato il ritmo dell’espansione e a studiare la possibile evoluzione dell’energia oscura. Non occorre affrontare ora questo problema in tutti i dettagli: sarà il tema di un modulo dedicato. Qui conta notare che un fenomeno fisico molto antico lascia segni sia nella radiazione fossile sia, miliardi di anni dopo, nella distribuzione delle galassie.

Anche la polarizzazione della radiazione offre un controllo ulteriore. I fotoni che furono diffusi dagli elettroni del plasma acquisirono orientamenti caratteristici; i loro schemi misurati permettono di verificare aspetti diversi dei modelli. Le interpretazioni dipendono dalla teoria adottata, ma la ricchezza dei dati rende molto difficile costruire una spiegazione alternativa che si limiti a imitare una sola osservazione.

Il quadro che emerge non è quello di una singola coincidenza. È una rete di risultati: uno spettro termico estremamente preciso, minuscole anisotropie, picchi acustici, polarizzazione e tracce statistiche nella distribuzione delle galassie. La storia cosmica deve spiegare tutti questi aspetti contemporaneamente.

Il punto. Le oscillazioni del plasma primordiale hanno lasciato tracce dettagliate nella radiazione fossile e nella distribuzione delle galassie. Le misure consentono controlli quantitativi del modello cosmologico.

13. Quali problemi rimangono aperti, e che cosa non dimostrano le nuove galassie

Un buon quadro scientifico non deve essere presentato come una storia senza interrogativi. L’universo primordiale pone ancora domande difficili: da dove provengono esattamente le prime piccole perturbazioni? Quale processo, se esiste, ha preparato le condizioni che resero possibile il Big Bang caldo? Perché i parametri fondamentali assumono i valori che misuriamo? E come si sono formate alcune galassie molto precoci?

Una proposta ampiamente studiata è l’inflazione cosmica, una fase ipotetica di espansione accelerata molto rapida, collocata prima dell’epoca ordinariamente descritta dal Big Bang caldo. Può aiutare a interpretare l’uniformità cosmica e l’origine delle perturbazioni. Le forme concrete dei modelli inflazionistici, tuttavia, non sono state tutte verificate: la discussione sulle condizioni iniziali, sui possibili meccanismi fisici e sulla durata dell’inflazione rimane aperta. Approfondiremo il tema nel Modulo 5.

Un’altra difficoltà riguarda le prime galassie osservate dal James Webb Space Telescope. Alcuni oggetti lontanissimi si sono rivelati più luminosi o più sviluppati di quanto ci si aspettasse in determinate simulazioni iniziali. È un risultato che obbliga a comprendere meglio l’efficienza con cui il gas primordiale produceva stelle, il contributo dei buchi neri e la crescita delle galassie.

Da qui, però, non segue automaticamente che il Big Bang sia stato confutato. Una simulazione della formazione galattica include molti ingredienti astrofisici che non sono identici alle leggi fondamentali della cosmologia termica. Alcune stime iniziali delle masse galattiche sono state riviste; altre tensioni nella popolazione degli oggetti precoci restano oggetto di ricerca. Bisogna distinguere un problema per certi modelli di formazione delle galassie da un problema per la radiazione cosmica di fondo e la nucleosintesi primordiale.

Anche il confronto con vecchie teorie alternative insegna qualcosa. A metà Novecento il modello dello stato stazionario, sostenuto da Fred Hoyle, Hermann Bondi e Thomas Gold, proponeva un universo in espansione ma mediamente invariato nel tempo, grazie alla continua formazione di materia. La scoperta della radiazione cosmica di fondo e le successive misurazioni del suo spettro resero molto difficile sostenere quella proposta nella sua forma classica. La cosmologia del Big Bang caldo emerse come spiegazione più completa dell’insieme delle osservazioni disponibili.

Riconoscere questi risultati non significa affermare che ogni domanda sul cosmo sia risolta. Al contrario: proprio perché sappiamo ricostruire con precisione diverse fasi della sua storia, diventano più nitide le domande sui limiti della ricostruzione e sulle condizioni da cui essa dipende.

Il punto. Alcuni problemi restano aperti, dall’origine delle perturbazioni alle prime galassie. Non vanno confusi con una confutazione delle numerose prove del Big Bang caldo.

Conclusione — La storia osservabile e la domanda sull’origine

A questo punto possiamo distinguere con maggiore precisione ciò che sappiamo da ciò che ancora cerchiamo di comprendere. L’espansione cosmica, raccontata nel primo modulo, non è l’unico indizio di una storia dell’universo. Le abbondanze degli elementi leggeri, la radiazione di fondo a microonde, la forma quasi perfetta del suo spettro e le piccolissime variazioni della sua temperatura costituiscono un insieme di osservazioni compatibili con una fase primordiale calda e densa.

Non tutte le prove riguardano la stessa epoca. La nucleosintesi descrive reazioni avvenute nei primi minuti. La radiazione fossile che osserviamo direttamente conserva informazioni soprattutto su quando l’universo diventò trasparente, circa 380.000 anni dopo. Le galassie si formarono successivamente. Riunire queste testimonianze significa ricostruire una successione di eventi attraverso leggi fisiche e osservazioni indipendenti, non osservare personalmente la totalità del passato.

Per gli studiosi favorevoli al Disegno Intelligente, questa ricostruzione ha un significato particolare. Stephen C. Meyer, in Return of the God Hypothesis, sottolinea che la cosmologia moderna ha trasformato l’immagine di un universo statico ed eternamente immutabile in quella di una realtà dotata di una storia fisica. Nella sua argomentazione, questo risultato si aggiunge ad altri elementi — soprattutto le questioni sul principio cosmico e sul fine-tuning — che possono essere valutati nell’ambito di un’inferenza verso una causa intelligente.

Occorre esprimere la sua posizione nel modo corretto. La scoperta della radiazione cosmica di fondo non dimostra sperimentalmente l’esistenza di un progettista. Mostra che il modello del Big Bang caldo descrive con successo una parte fondamentale della storia del cosmo. Il passaggio dalla storia cosmica alla domanda su una causa ultima richiede un ragionamento ulteriore, che Meyer sviluppa e che analizzeremo più avanti, distinguendo i dati scientifici dalle interpretazioni filosofiche.

Questo limite non rende irrilevante la cosmologia per l’ID. Al contrario, chiarisce il punto di partenza. Un’argomentazione sul progetto è tanto più seria quanto più si fonda su una descrizione corretta e controllabile della natura. Le osservazioni ci dicono che il cosmo ha attraversato fasi fisiche ben diverse da quelle attuali. Rimane da esaminare se questa storia descriva anche un inizio assoluto e quale valore esplicativo possa avere l’ipotesi di un’intelligenza originaria.

È la domanda con cui proseguiremo: Modulo 3 — L’universo ha avuto davvero un inizio? Qui entreranno in gioco la relatività generale, i risultati associati ai teoremi sulle singolarità, il teorema BGV, la gravità quantistica e le argomentazioni dei sostenitori del Disegno Intelligente. Per ora abbiamo costruito il fondamento indispensabile: non una supposizione sul Big Bang, ma un quadro scientifico sostenuto da misure che possono essere discusse, ripetute e confrontate.

Nota sulle prove. Le temperature e le epoche cosmiche indicate sono valori approssimativi e, dove specificato, stimati nel modello cosmologico standard. Il valore del segnale d’antenna di Penzias e Wilson (circa 3,5 K nel 1965) e la temperatura odierna dello spettro cosmico misurata con grande precisione da COBE-FIRAS (circa 2,725 K) provengono da misure e analisi differenti e non devono essere considerati la stessa quantità sperimentale. Il problema del litio è riportato come discrepanza del modello standard, non come prova a favore o contro il progetto.

Bibliografia

Studi originali e revisioni scientifiche

  • Alpher, R. A., Bethe, H., Gamow, G. (1948), «The Origin of Chemical Elements», Physical Review, 73, pp. 803–804. DOI: 10.1103/PhysRev.73.803. Riferimento storico sullo sviluppo della nucleosintesi cosmica.
  • Gamow, G. (1948), «The Evolution of the Universe», Nature, 162, pp. 680–682. DOI: 10.1038/162680a0.
  • Alpher, R. A., Herman, R. (1948), «Evolution of the Universe», Nature, 162, pp. 774–775. DOI: 10.1038/162774b0.
  • Dicke, R. H., Peebles, P. J. E., Roll, P. G., Wilkinson, D. T. (1965), «Cosmic Black-Body Radiation», The Astrophysical Journal, 142, pp. 414–419. DOI: 10.1086/148306.
  • Penzias, A. A., Wilson, R. W. (1965), «A Measurement of Excess Antenna Temperature at 4080 Mc/s.», The Astrophysical Journal, 142, pp. 419–421. DOI: 10.1086/148307.
  • Smoot, G. F. e collaboratori (1992), «Structure in the COBE Differential Microwave Radiometer First-Year Maps», The Astrophysical Journal, 396, pp. L1–L5. Testo dell’articolo originale.
  • Fixsen, D. J. e collaboratori (1996), «The Cosmic Microwave Background Spectrum from the Full COBE FIRAS Data Set», The Astrophysical Journal, 473, pp. 576–587. Versione scientifica su arXiv.
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  • Cooke, R. J., Fumagalli, M. (2018), «Measurement of the primordial helium abundance from the intergalactic medium», Nature Astronomy, 2, pp. 957–961. DOI: 10.1038/s41550-018-0584-z.
  • Planck Collaboration (2020), «Planck 2018 results. VI. Cosmological parameters», Astronomy & Astrophysics, 641, articolo A6. DOI: 10.1051/0004-6361/201833910. Esiste un corrigendum.
  • Particle Data Group (2024), «Big Bang Nucleosynthesis», in Review of Particle Physics. Revisione scientifica disponibile online.

Fonti istituzionali e dati astronomici

Per approfondire

  • Jean-Pierre Luminet, The Big Bang Revolutionaries: The Untold Story of Three Scientists Who Reenchanted Cosmology, Discovery Institute Press, 2024. Utilizzato per il contributo di Gamow, Alpher e Herman e per la ricostruzione storica della cosmologia.
  • Luke A. Barnes e Geraint F. Lewis, The Cosmic Revolutionary’s Handbook (Or: How to Beat the Big Bang), Cambridge University Press, 2020. Utilizzato per le prove osservazionali e il metodo di controllo delle teorie cosmologiche.
  • Chris Ferrie e Geraint F. Lewis, Where Did the Universe Come From? And Other Cosmic Questions, Sourcebooks, 2021. Utilizzato per le spiegazioni progressive delle reazioni nucleari e della storia cosmica.
  • Stephen C. Meyer, Return of the God Hypothesis: Three Scientific Discoveries That Reveal the Mind Behind the Universe, HarperOne, 2021. Utilizzato per ricostruire correttamente la posizione favorevole all’ID sulle implicazioni cosmologiche delle scoperte.
  • Geraint F. Lewis e Luke A. Barnes, A Fortunate Universe: Life in a Finely Tuned Cosmos, Cambridge University Press, 2016. Utile come cornice per i moduli successivi sulle condizioni fisiche che rendono possibile la vita.

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